Low_cover_FINAL
Low

The Invisible Way

SUB POP/AUDIOGLOBE
8

In vent’anni di carriera i Low hanno saputo crearsi un sound personale, scarno e ben definito – pietra  angolare del cosiddetto slowcore – prendendosi di tanto in tanto la licenza di svariare e ampliarne i confini. Mai prima d’ora, però, avevano realizzato un lavoro in chiave acustica. Una “mancanza” alla quale ha ora rimediato The Invisible Way, prodotto da Jeff Tweedy dei Wilco nei suoi studi: una raccolta di canzoni suonate quasi per intero a spina staccata, con l’elettricità a svolgere un ruolo quasi impalpabile. Un contesto ancora più spoglio e minimale del solito, dunque, perfetto per far emergere la cristallina purezza della scrittura e degli intrecci tra la voce di Alan Sparhawk e quella di Mimi Parker, qui protagonista in cinque brani su undici. Una chitarra, le note di un pianoforte e un rullante accarezzato dalle spazzole fanno da impalcatura a ballate intime e dirette come poche cose il trio aveva realizzato in passato. Ecco perché, superato l’impatto iniziale, al loro interno ci si sente come a casa propria, rilassati e in pace col mondo; almeno fino a quando, all’improvviso, le cadenze si fanno pesantissime e le distorsioni deflagrano sature (il finale di On My Own). Non è che un episodio, ma proprio per questo risulta devastante come una cannonata. Come a dire che, sotto le ceneri, brucia un fuoco più caldo che mai.

Pubblicato sul Mucchio 704

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