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Loyle Carner

Yesterday's Gone

AFM/Caroline/Universal
8.5

Guardandola attraverso i suoi video, l’esistenza che racconta Loyle Carner vi sembrerà di averla già vista vivere a qualcun altro, da qualche altra parte. Non si tratta di semplici clip, ma di supporti visivi che ne accompagnano incessantemente la produzione musicale, del prolungamento di un talento naturale per fare arte, seppur passato attraverso la mediazione della Brit School e del Drama Centre, che ha abbandonato però presto. Tutto deriva dalle sfide che la vita gli ha messo davanti, fin da quando, mossi i primi passi nel mondo, non ha mai conosciuto suo padre, imparando di contro ad amare con visceralità il suo patrigno. Ha cantato tutto ciò nei dischi, nel primo EP A Little Late, il cui estratto BFG è arrivato poche settimane dopo la morte del medesimo patrigno con la violenta dedica “Everyone says I’m fucking sad / Of course I’m fucking sad / I miss my fucking dad”.
Questo ci dice molto della maniera di Ben Coyle-Larner – il vero nome all’anagrafe – di intendere il rap, cioè ci racconta della più classica delle scappatoie che il rap gli ha dato per cavarsi fuori dai guai. Appena bambino, infatti, a Ben venne diagnosticata la ADHD, che in particolare gli causa una grave dislessia. Il suo stage name viene proprio da lì, da un’inversione involontaria delle prime lettere del suo cognome, che la madre gli suggerì di conservare come un memo indelebile, per ricordarsi sempre il punto da cui era partito. Gli suggerirono di smettere, che scrivere non sarebbe stato possibile. Poi però arrivò il grime, a scuola, durante l’intervallo, oppure nei pomeriggi trascorsi a Croydon, dove abita tuttora. Il grime gli ha insegnato a farcela, a superarsi e superare quello che gli veniva detto. Quando è cresciuto, ha mischiato i suoi primi riferimenti agli A Tribe Called Quest e J Dilla, per costruire il suo rap inglese che nell’era del grime suona come un’autentica novità. Agli inizi, non a caso, Loyle più che a Skepta guardava agli Slum Village, “l’obiettivo ultimo” di cui parla in una recente intervista. Importante è stato l’incontro con Rebel Kleff, il producer (e rapper) che ha saputo portare i suoi lavori a un livello superiore, fino ad arrivare al primo album Yesterday’s Gone.

Un album intimo, ermeticamente sigillato dalle emozioni che Loyle utilizza costantemente per dare senso al suo songwriting. La voce è profonda, “adulta” sebbene non del tutto sviluppata e questo conferisce al flow e alle metriche perfette quel sentore di innocenza che rende Carner speciale. Prima che con le parole, Yesterday’s Gone si presenta con la potenza dell’immagine di Ben insieme alla sua famiglia, con l’inseparabile genitrice in testa, in una copertina che – se per respiro spaziale ricorda quella di Kendrick Lamar – si posiziona in realtà agli antipodi in fatto di impatto espressivo, trasmettendo anzi una serenità nostalgica che poi è il miglior modo di descrivere la musica di Loyle Carner.
The Isle Of Arran è l’ennesimo tentativo di trasmettere quello che significa crescere senza un padre, vederne andar via un altro… I tanti skit contenuti nel disco rivelano una spiccata volontà narrativa che si muove tra suoni diversi, quelli più propriamente smooth jazz di Ain’t Nothing Changed e quelli più pop di Florence, sino ai campionamenti rock di NO CD. Yesterday’s Gone non introduce novità forzate, bensì la bravura di un ventiduenne che prova a prendersi sulle spalle – insieme ad altri talenti come Rejje Snow – il peso di un rap britannico che non si traduca necessariamente nell’espressione rabbiosa del grime.  Il rap di Loyle Carner è stato definito “confessionale”, un’espressione che si concilia con l’ossessione per la normalità. La stessa ossessione mostrata in quei video così familiari, anche se girati con occhio da regista navigato, dove la mamma è spesso presente al pari del fratello. A volte Carner ha quasi paura che il suo rap sia eccessivamente personale, che possa esporlo troppo senza garantirgli indietro la comprensione del pubblico. Invece tutto è chiaro, tutto è limpido.

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