mia-matangi-cover
M.I.A.

Matangi

Interscope/Universal
7

Che le pressioni attorno alla nostra eroina fossero forti non è che ce lo immaginiamo noi mettendo insieme gli elementi esterni (la Interscope… l’America che tenta di farne un’icona… le comparsate al Super Bowl con Madonna…). Lo dice proprio lei stessa tramite una serie di messaggi fatti trapelare al pubblico: gestazione complicata infatti quella di Matangi, non tanto nella produzione in sé quanto nella sua commercializzazione, anzi, nella fase che la precede. Faceva quasi tenerezza la Arulpragasam che confessava che la prima versione del disco era stata cassata dalla label perché “troppo felice, troppo positiva” (e alla domanda “Sì, ma come fai a non incazzarti come una biscia per questo ingerenza artistica?” la risposta era un soave e paraculo “Anche questo fa parte dell’essere positivi…”). In realtà, per chi la conosce un minimo, e il sottoscritto c’ha avuto a che fare seppur alla lontana durante le sue date italiane, il meccanismo mentale pare abbastanza nitido: M.I.A. è una insicura aggressiva, una che vuole mostrarsi il capo su tutto e su tutti solo per mascherare la sua insicurezza (o travestirla da bizzosità e io-faccio- il-cazzo-che-mi-pare). E questo passo verso la stardom statunitense deve averla spaventata non poco: da un lato attira e solletica la sua vanità, che non è poca, dall’altro la terrorizza. Quindi da un lato ti trovi ad accettare i consigli che vengono dalla discografia urban commerciale, dall’altro non hai veramente il coraggio di seguirli perché sai che questo porterebbe a una pesante cesura verso tutta l’immagine che ti sei costruita in questi anni, senza la certezza che ciò porti a guadagni sicuri. Sì, perché M.I.A. non è una che disdegna i guadagni, le classifiche, i lustrini del successo – tutt’altro. Fosse veramente così, non le passerebbe nemmeno per la testa di salire sul palco del Super Bowl vestita come una comparsa de Il principe cerca moglie a fare il cagnolino di una italo-americana cinquantenne e bolsa. Solo che il personaggio che le è stato costruito addosso, e su cui lei ha marciato sopra, un po’ per entusiasmo, un po’ per superficialità, è quello della guerriera Tamil anticapitalista o giù di lì. Ma è un personaggio che alla prova dei fatti ha la stessa bidimensionalità teenager friendly che può avere un wrestler.

Per fortuna però c’è la musica. E per fortuna in Matangi c’è tanto Switch, il producer inglese che pare fatto apposta per tirare fuori il meglio dall’Arulpragasam. Molto più del tanto chiacchierato Diplo, che qui si limita a mandare in avanscoperta dei protegé (gli olandesi The Partysquad, sotto contratto per la sua Mad Decent) senza firmare nulla in prima persona. Meglio così: con Switch sì che c’è l’alchimia giusta, soprattutto alle nostre orecchie sempre un po’ indie ed a-commerciali: schegge di club culture anglosassone, di quella da promo segretissimo in vinile con etichetta bianca, speziate in modo crudo ma saporito da ricami asiatici o in generale non-bianchi. Roba che non è mai e non sarà mai realmente buona per le playlist mondiali perché sempre e comunque troppo raw, troppo autentica. Nulla di strano che la vera hit di Matangi, già uscita con successo un anno fa, sia affidata ad una volpe come Danja: Bad Girls è perfetta, ti si appiccica addosso fastidiosamente come il miglior pop, però appunto se la guardi non dico al microscopio ma con un po’ di attenzione scopri che è uno dei pezzi più cartolinacei – per quanto molto bello – dell’album. Il resto, tolte le loffie collaborazioni con The Weeknd (Exodus e Sexodus), è la solita M.I.A., né più né meno, come se fossimo nel 2005 o nel 2007 e lei fosse ancora una esordiente molto interessante. Il che basta e avanza per quanto ci riguarda. Non basterà e tantomeno avanzerà per la Interscope e, proviamo ad azzardare, nemmeno per Maya stessa. A meno che non si metta l’animo in pace e lasci stare lo star system. Ma se lascia lo star system, deve anche smettere di fare la marionetta anticapitalista ed anti-establishment. Lo facesse, magari si concentrerebbe nel migliorare le sue prestazioni vocali e di flow come rapper: al momento, poco più superiori a quelle di un Jovanotti. Ma finché Switch ci mette una toppa e lei ci mette comunque l’idea…

Pubblicato sul Mucchio 712

 

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