Hold Time
4AD/Self

Varrebbe la pena spendere parole su parole per definire la cifra artistica di M. Ward, lodandone non solo il talento come compositore e il buon gusto come arrangiatore, ma anche l’eccellente tecnica chitarristica e le doti di produttore, sia nei propri album che in quelli altrui. Dovessimo però limitarci a un unico aggettivo, questo sarebbe americano. Non tanto per la mera provenienza geografica, quanto proprio per una questione di dna sonoro: dalla grana e dai riverberi delle voci alla rotondità delle chitarre fino alle atmosfere di frontiera. Il che, naturalmente, non va inteso in alcun modo alla guisa di un limite, perché il legame con le proprie radici non è mai un vincolo se affrontato – come nel caso specifico – con rispetto ma anche personalità, facendole cioè proprie e non limitandosi a riproporne calligraficamente le istanze. Fresco reduce dalla felice collaborazione con l’attrice Zooey Deschanel nel progetto She & Him, e in attesa che l’annunciato sodalizio con Conor Oberst raggiunga finalmente una certa continuità, con “Hold Time” Ward si tuffa ancora una volta nel cuore dell’americana, e ne riemerge con una raccolta di canzoni che sanno d’altri tempi, ai confini tra blues acustico, cantautorato folk (con echi desertici che farebbero la gioia dell’amico Howe Gelb), crepitanti impennate rockabilly, ballate a lume di candela e indovinati cambi di direzione verso un pop dalle lievi venature orchestrali. Notevole, come sempre, il lavoro di stratificazione strumentale, con plettri, ma anche archi e tastiere a creare trame ricche di dettagli ma mai pesanti, a dar corpo a una scrittura a tratti parecchio brillante. Da citare la presenza di un paio d’ospiti di rilievo (Lucinda Williams in una rilettura da applausi della classica “Oh, Lonesome Me”, l’ex Grandaddy Jason Lytle in “To Save Me”), senza però che i loro nomi mettano in secondo piano quello del padrone di casa. Un disco destinato a non invecchiare.

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