Fading Trails
Secretly Canadian/Wide

Jason Molina aveva abbandonato la ragione sociale Songs:Ohia in favore di Magnolia Electric Co. per sottolineare come, a differenza del passato, questa fosse una band vera e propria, con una formazione (relativamente) stabile. E in effetti tanto il live “Trials & Errors” quanto “What Comes After The Blues” – usciti entrambi lo scorso anno – parevano il frutto del lavoro non tanto di un singolo quanto di un collettivo, con Molina primus inter pares. Una sensazione che si rafforza ulteriormente ascoltando “Fading Trails” perché, se è vero che il suo suono è in larga parte organico e corposo come quello di un gruppo, è altrettanto chiaro che a tirare le fila del tutto c’è una persona sola. Tant’è che le nove canzoni al suo interno sono frutto di quattro differenti session di registrazione, con una dozzina di musicisti coinvolti a vario titolo.
Ad aprire le danze, tre episodi registrati da Steve Albini: croccanti e sprizzanti elettricità, con le elettriche sugli scudi (specie in “Don’t Fade On Me”) e una sezione ritmica rocciosa quanto basta. Decisamente più lunari i due brani realizzati insieme a quel geniaccio di David Lowery (Camper Van Beethoven, Cracker): la scheletrica “A Little At A Time” e una sofferta “The Old Horizon” in cui la voce è sostenuta dalle note e dai riverberi di un pianoforte. Quindi, con “Memphis Sun” e “Talk To Me Devil, Again” ci si sposta nei mitici Sun Studios, e tra le pareti che hanno visto nascere il r’n’r ecco che prendono vita ballate elettroacustiche che più classiche non si potrebbe. Infine, il ritorno a casa, nel proprio studio domestico dove – con solo una chitarra e a bassissima fedeltà – sono state cristallizzate “Spanish Moon Fall And Rise” e “Steady Now”.
Disorientati? C’è di che esserlo. E tuttavia, alla prova dei fatti, il disco non manca di una certa organicità di fondo, frutto di una visione d’insieme mai così nitida. Quella di un artista capace di confrontarsi con il rock americano più vero – Neil Young, ma anche la Band – come con il cantautorato più intimista, e di uscirne a testa alta.

Recensione tratta dal Mucchio 627 (ottobre 2006)

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