Neve Ridens (Ridens)
Mescal/Sony Bmg

Questo disco non è, per ammissione del suo stesso creatore, il secondo episodio di un ciclo: se è vero che con il primo “Neve Ridens”, uscito lo scorso settembre, le affinità sono in una certa empatia musicale che le chitarre di Asso Stefana, la batteria di Enzo Cimino, il basso di Gionni Dell’Orto, i fiati e il piano di Enrico Gabrielli hanno fornito con grande generosità, qui c’è però un’attenzione diversa ai dettagli, alle parole, a timbri che lo rendono distante da qualsiasi altra cosa Marco Parente abbia fatto fino ad oggi. Potremmo scrivere – e lo facciamo – che si tratta dell’album migliore dell’artista fiorentino, una carriera spesa a mettere assieme spunti lirici in maniera sempre meno convenzionale e sempre più attenta alla comunicazione aperta, emotiva, sorprendente. In ciò il cd, con le sue vie traverse e slegate da ogni genere (il jazz in “Ascensore inferno piano terra”, la sperimentazione armonica nella “Trilogia del sorriso animale”, quella testuale ne “L’amore cattivo”, l’omaggio, atipico e splendido, a Caetano Veloso di “Michelangelo Antonioni”) supera, appunto, i predecessori.
Un’attitudine artistica che rende le canzoni uno spazio in cui colori e versi dialogano assieme. Non ci sono strutture precise: è come guardare un quadro che limita al massimo i contorni degli oggetti che evoca. “Neve Ridens (Ridens)” è un album in cui molto, se non tutto, si liquefa e ogni cosa scorre. Sinestesico ma accessibile, non rende la ricerca su cui avanza qualcosa di estraneo all’ascoltatore: un fatto che è tra i pregi maggiori di un’opera che, per le capacità canore di Marco, si avvicina direttamente all’estetica del Tim Buckley più sofferto pur non essendone un semplice erede. In realtà fra le pieghe dei brani c’è l’esempio di cosa possa significare oggi, se volete, canzone d’autore, senza che il termine indichi un limite o un ghetto in cui entrare. Accettare che Marco Parente sia un grande autore contemporaneo della musica italiana è tanto facile quanto assolutamente doveroso, sotto ogni aspetto.

Recensione tartta dal n.620 del Mucchio (marzo 2006)

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