mariam
Mariam The Believer

Love Everything

Repeat Until Death
7.5

“This could be the end of all the ends”, la prima spiazzante frase di Opening, traccia d’apertura della seconda prova da solista di Mariam Wallentin con l’alias Mariam The Believer, una ballad d’amore che abbina con minimalismo archi, soulfulness e sperimentazione. Al fianco del marito Andreas Werliin, qui presente dietro ai tamburi, l’artista svedese ha dato nuova linfa all’incrocio tra pop-rock e avanguardia attraverso quattro album bellissimi con la sigla Wildbirds & Peacedrums, forse troppo raffinati e bisognosi di essere esperiti con la massima attenzione per ricevere degli apprezzamenti di massa, ma di sicuro tra le migliori espressioni in musica indipendente dell’ultimo decennio. Se il più recente lavoro del duo, Rhythm del 2014, era volto sin dal titolo a una maggior ritmicità, una fisicità quasi cruda, qui Mariam è in media più spirituale e leggera, nell’accezione più nobile del termine. Meno cupo, meno elettrico e anche meno eterogeneo dell’esordio in proprio Blood Donation, Love Everything è un ascolto che irradia luminosità con grande padronanza di mezzi, un ascolto che rimette in pace col mondo.

Le cose si fanno particolarmente notevoli con i 6 minuti e mezzo di Eternity, che mira sul serio verso l’eternità: una natura in movimento che cambia forma con armonie aquatiche, fiati suadenti e improvvise scansioni vocali R’n’B se non filo-hip hop, che si avvicina alle Ibeyi, che riflette su buio e luce, vita e morte. Non è da meno la positiva brezza pop di Pieces, un inno all’importanza delle piccole cose sfociante in un mantra pervaso da una tale grazia che fa sembrare tutto possibile. Il groove marziale tipico della band madre torna, assieme a chitarre magnificamente postrock e a un’andatura inequivocabilmente jazz, nello scioglilingua di Bodylife: una rincorsa di strofe, ritornelli, cori che sottolinea, ancora una volta, straordinarie abilità canore. Darkening, poi, riesce a unire metrature modernissime e aperture melodiche con tanto di archi, raccontando la fase del tramonto dell’esistenza con una classe suprema: sentiamo intonare parole come “All that we love will come to an end one day / A brief stay a brief / Then all the light will turn from yellow to grey” commuovendoci con un sorriso di soddisfazione. Basterebbe questo per esaltare un disco che sa farsi comunque interessante anche con il gospel a pieni polmoni di Bullies, il blues del subconscio di una Treasure che si sbarazza di ogni immondizia emotiva e proietta la Björk di Hyperballad ai tempi di Medúlla, il combattivo collegamento testuale fra Total e Fight For You – uno dei cavalli di battaglia dei Wildbirds & Peacedrums – e i saliscendi dell’estesa Crust, che in chiusura lasciano immaginare un incontro fra Kate Bush e Kamasi Washington. Tra i numerosi musicisti, partecipano Oren Ambarchi e Mats Gustafsson (deux ex machina della Fire! Orchestra nella quale è coinvolta la stessa Mariam), ovviamente alla chitarra e al sax. A conferma, ce ne fosse bisogno, che ci troviamo ai massimi livelli. “Se Wildbirds & Peacedrums sono il terreno, Mariam The Believer è l’universo”, ci disse la diretta interessata anni fa. E l’universo è per miracolo in questa voce, in queste canzoni che riattivano le funzioni del cuore.

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 760

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