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MasCara

Lupi

Autoprodotto
5.5

Sull’ultimo “Stato della musica”, rubrica settimanale a firma Stefano Pistolini, veniva riportato un titolo preoccupante e condivisibile: “L’Italia musicale non si rinnoverà mai se qualcuno non farà spuntare un movimento nuovo”. Purtroppo neanche i MasCara rappresentano propriamente l’originalità o l’auspicata epifania attesa. Al contrario. Le influenze del quintetto di Varese, qui al secondo album, pescano negli anni più inquieti della new wave nostrana, senza però rianimarne i gloriosi fasti. Si avverte una musicalità impegnata a miscelare marchingegni ritmici dal retrogusto anfetaminico e strumenti più o meno canonici. C’è un’incessante tensione suscitata dalla spigolosa rotondità dei suoni (si passi l’ossimoro) e da un’indole quasi epica: più Ken il Guerriero che Joy Division. I testi danno vita a vorticosi flashback urbanocentrici che nei casi migliori (Falsa età dell’oro, Cattedrali al neon) ricordano l’elegante stilosità di certi anni ‘80 e in quelli peggiori Tiziano Ferro (l’incipit di Riti ancestrali), o il porno groove di Immanuel Casto (Dei per sempre). I rudimenti tecnici, al pari di un background d’ascolti giusti, ci sono, come anche le potenzialità – vogliamo credere – non espresse del tutto. Rimane da stabilire il lato della strada su cui proseguire il cammino: quello d’estetica modaiola, o l’altro, “indipendente” e selvaggio?

 

 

Commenti

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