L’ESTINZIONE DI UN COLLOQUIO AMOROSO
Interno-NdA/Venus

Sconfortati, nel leggere le ultime dichiarazioni – ma anche gli ultimi libri – di Giovanni Lindo Ferretti, accogliamo un nuovo disco di Massimo Zamboni come un sano richiamo al reale, in tempi di crudezze e vuoti assoluti, da contrastare a ogni costo. Nessun fraintendimento: il richiamo alla voce che fu di CCCP-Fedeli alla Linea e CSI e all’excompagno di avventura non vorrebbe innescare alcun effetto nostalgia. Il cammino di Massimo e della sua poetica, da In Mongolia in retromarcia in poi procede senza remore verso un altrove coraggioso ed essenziale, di cui il recente L’inerme è l’imbattibile ha rappresentato alla perfezione le aspirazioni. Un percorso che è dettato soltanto dall’urgenza di raccontare qualcosa, che sia una zona di fuoco dopo i combattimenti o le macerie umane che ci stanno accerchiando. “Ricordati chi sei”, un inciso di A ritroso che si sposa a “Ricordati di me” e che spiega bene gli orizzonti di un terzo, rapido (solo cinque pezzi) ma tutt’altro che lieve, album. Cinque canzoni che sono cinque movimenti in cui L’Estinzione di un colloquio amoroso trapassa i limiti dei sentimenti: dopo senso di sconfitta e inermità, si punta direttamente al cuore dell’essere umano, l’amore che si rivolta nel suo contrario, in un continuo susseguirsi di atti di pace e atti di guerra. Chitarre scabre, vagamente melodiche e lancinanti, a far da corredo. Ci si immerge, insomma, nell’Io, ma non con una volontà semplicemente psicologica: si fa il conto con le contraddizioni e i fantasmi che appartengono anche a noi. Le parole sono pietre, gettate a delimitare un territorio dove si può cascare volando. Non ci sono spiegazioni facili, insomma, per un’opera di poesia personalissima, che punta, come dice il suo autore, direttamente alla propria cassa toracica. Un libretto allegato di disegni e versi, per completare un dischetto enigmatico solo per chi non sa abbandonarsi alla disperazione e alla gioia pura, all’oscuro che cerca sempre la luce, in un odio e amo perenne.

tratto dal Mucchio n°670

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