OUR EARTHLY PLEASURES
Warp/Self

C’è qualcosa di più britannico della voce di Paul Smith? Un vibrato nasale e un poco teatrale in cui siamo incappati accostandoci al futurismo kitsch di Bryan Ferry, osservandolo riemergere sotto plumbei cieli post punk, più sguaiato, attraverso un John Lydon non più Rotten. E che in seguito abbiamo intravisto, un po’ mutato, in Brett Anderson, Jarvis Cocker e Damon Albarn (crescendo di statura col tempo negli ultimi due). Un tono – ma sospettiamo che sia una categoria dello spirito, o forse è una semplice questione di personalità, categoria sempre più latitante – che per  un po’ ci eravamo convinti di aver ritrovato pure in Brian Molko. Ma ci eravamo, col senno di poi, sbagliati, e di molto. I Maxïmo Park sono sintonizzati su quella frequenza, anche se magari l’enunciazione non è ancora autorevole come nel caso dei personaggi poco fa citati: c’è chi lo chiama art rock, un modo per uscirne puliti e lindi senza faticare troppo, ma che può incasellare in modo preciso un disco come questo e la sua ambizione. Non che sia un capolavoro, intendiamoci, ma riesce a non trascinarsi dietro sensi di colpa da “next big thing” incapace di sopravvivere a se stessa ed è convinto di avere delle cose da dire, alla faccia di chi considera l’ambizione nel rock un peccato in sé. Che la veste sonora coincida con una sequenza di canzoni nervose e tirate, senza dubbio perfettamente inserita nell’attuale panorama sonoro, vedi la sindrome da fotocopiatrice inceppata – in modalità new wave/post punk – che sembra avere inchiodato il presente al terreno, ci sembra una questione più di forma che di sostanza: le canzoni ci sono, eccome, e rispondono al nome di “Girls Who Play Guitars”, “Karaoke Plays”, “Nosebleed” ad esempio. A volte la ruota smette di girare a vuoto e raccoglie un po’ di acqua fresca. Ci siamo quasi convinti che sia successo anche questa volta. Naturalmente ci auguriamo che non arrivi la smentita: non abbiamo più l’età per certe disillusioni e poi rischiamo di passare il resto del nostro tempo a lamentarci dei bei tempi andati.

(Recensione tratta dal Mucchio n.633 – Aprile 2007)

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