OUT OF OUR MINDS
Roadrunner/Warner

Fuori di testa lo è sicuramente e nel senso più nobile del termine, Melissa Auf der Maur. Dopo l’omonimo, solido esordio del 2004, la celebre ex bassista di Hole e Smashing Pumpkins ritorna sulle scene con un coraggioso progetto multimediale sviluppato nell’arco di tre anni e articolato in un concept album, un film per la regia di Tony Stone – presentato al Festival di Sundance e caratterizzato da incidenti d’auto, boschi sanguinanti, vichinghi e realtà parallele – e un fumetto illustrato da Jack Forbes. Al di là della capacità di scrivere brani che miscelano aggressività e melodie infettive, l’artista canadese ribadisce di essere in primis un’ottima musicista: il disco, senza mezze misure e difficilmente inquadrabile, è al tempo stesso un’ideale colonna sonora e una raccolta di vere e proprie canzoni. Produzione emixaggio sono curati da un team prestigioso che schiera Jordon Zadorozny, Chris Goss, Alan Moulder e Mike Frazer,mentre le dodici tracce rivelano in un colpo solo l’amore per Black Sabbath e Kyuss così come per Smiths e Blondie. Si rimane non di rado spiazzati, sia per il tono estremamente epico che contraddistingue il tutto sia per la bizzarra varietà di soluzioni adottate: riff incendiari, staffilate elettriche, cori filo-fantasy, groovosi effetti sintetici, tasti schizofrenici, battiti cardiaci, atmosfere inquietanti, onde che si infrangono, testi dall’immaginario preraffaellita, dettagli finemente scolpiti. Si va da cavalcate con sporadici inserti vocali (l’ossessiva Hunt, posta in apertura) a strumentali di enfatica suggestione (Lead Horse), da reminiscenze stoner rielaborate in ottica moderna (la title track) a episodi in cui il ritmo sconfina in cerniere semi-funk (Isis Speaks o 1000 Years), da numeri screziati di pop Eighties (Follow The Map e Meet Me On The Dark Side) e sciamaniche ballate in crescendo (The Key) a frecce dal retrogusto ancestrale (22 Below), da esperimenti fra acustiche medievaleggianti e propaggini space (This Would Be Paradise) a un melodrammatico, vibrante duetto con Glenn Danzig (Father’s Grave). Un piccolo universo onirico virato in rosso.

tratto dal Mucchio n°669

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