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MGMT

MGMT

Sony
8.5

Un suicidio. O un piccolo capolavoro. O entrambe le cose, che è l’ipotesi più romantica. Sia come sia, il punto è che a nostro modo di vedere gli MGMT hanno sfornato un discone, uno dei più importanti dell’anno, anzi, forse degli ultimi anni. Affermazione che vi arriva da chi ha trovato fin dall’inizio la band una insopportabile bolla speculativa, un’astuta operazione di marketing (orchestrata anche all’insaputa dei musicisti, troppo fessi per rendersene conto) per rendere appetibile un certo revivalismo psichedelico rock anni 70, però banalizzato, glamourizzato, insomma una merda. E non è che l’iniziale Alien Days, che apre questo lp ed era già filtrata nei giorni del Record Store Day, c’avesse fatto cambiare idea. Né ci riuscivano particolarmente le quattro canzoni successive. Poi però succede una cosa strana: MGMT parte per la tangente, ma in modo proprio totale, e diventa opera di puro genio e soprattutto di incredibile coraggio.
Puro genio quando si incorporano elementi che ricordano l’elettronica di James Holden (A Good Sadness) o si destruttura il blues fino a renderlo un’esperienza lunare (An Orphan Of Fortune); incredibile coraggio quando si scelgono soluzioni d’arrangiamento tanto dense e complicate quanto folli ed insensate (Plenty Of Girls In The Sea, Astro-Mancy, I Love You Too, Death). Un cambio di marcia pazzesco, che poteva portare al disastro – leggi album inconcludente, solipsistico, onanistico – e che invece guida gli MGMT lì dove dichiaravano sempre di voler andare, verso la psichedelia. Ecco: qua è psichedelia vera, non il suo bignami inoffensivo buono per piacere agli hipster od aspiranti tali come finora è stato. Come ogni vera psichedelia, il rischio che sia autodistruttiva e suicida è altissimo.
Non sappiamo come il mercato accoglierà questo disco, ché è un disco folle almeno per metà. Sinceramente, non ce ne frega molto. E sempre sinceramente, ci piace pensare che anche ad Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser non importi granché. Hanno fatto un piccolo capolavoro, questo conta, questo – si spera – resta.

Pubblicato sul Mucchio 710

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