And The Opera Circuit
Jade Tree/Goodfellas

A voler prestare fede alle biografie ufficiali, fino a questo momento la vita ha riservato parecchie brutte sorprese a Micah P. Hinson. A dispetto di quello che l’innocente faccia da nerd occhialuto potrebbe far pensare, il ventiquattrenne texano ha alle spalle un passato travagliato, tra improbabili fughe d’amore, problemi di tossicodipendenza e soggiorni in carcere. Poi, con l’uscita del debutto “And The Gospel Of Progress”, uno dei lavori più sorprendenti del 2004, le cose sembravano finalmente essersi sistemate. Niente di più falso, perché lo scorso anno, a ridosso della pubblicazione del corposo ep “The Baby & The Satellite”, il Nostro è stato vittima di un incidente che, preso inizialmente sottogamba, lo ha immobilizzato per mesi a letto. A quel punto, nonostante le precarie condizioni di salute, ha chiamato a sé alcuni amici – tra cui Eric Bachmann (Archers Of Loaf, Crooked Fingers, ma anche solista) – e ha registrato questo secondo album. Un lavoro meno clamoroso del predecessore, forse, e appena più sporco nelle sonorità, ma nell’insieme altrettanto spesso nel suo incedere tra ballate polverose e scheletriche e improvvisi lampi di sferragliante elettricità.
Ancora una volta, però, ciò che colpisce maggiormente è una voce che – come il whisky migliore – pare invecchiata in un barilotto di legno da quanto suona meravigliosamente antica. Appoggiata su un soffice tappeto di archi (“Seems Almost Impossible”, “Little Boys Dream”) o sorretta da arrangiamenti giosamente sgangherati (una “Jackeyed” dal profumo di frontiera, l’epicità alla Bright Eyes di “You’re Only Lonely”, i fiati arrugginiti di “Letter To Huntsville”), mantiene inalterato il suo gusto deciso e ricco di sfumature. La voce di un ragazzo che, nonostante la giovane età, sa già bene cosa significhi toccare il fondo; e che, proprio per questo, è in grado come pochi altri – e non solo fra quelli della sua stessa generazione – di cantare la sofferenza, la rassegnazione ma anche la dolcezza e l’amore. Nella speranza di avere saldato una volta per tutte il conto con la cattiva sorte.

Recensione tratta dal Mucchio 626 (settembre 2006)

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