EYES SET AGAINST THE SUN
Warp/Self

Non siamo mai stati particolarmente fan di Mira Calix: persona gentile, certo, legata a quel genio che è Sean Booth degli Autechre, certo, protagonista della classica storia alla Frank Capra della discografia per cui l’ufficio stampa di un’etichetta all’improvviso si scopre musicista buono per entrare nel roster della label (pensiamo a Jason Swinscoe aka Cinematic Orchestra per la Ninja Tune). Evviva, evviva. Però “Skimskitta”, il suo lavoro precedente, ci aveva soddisfatto a metà, e lo stesso si può dire del suo esordio datato 2000, “One On One”: dischi a cui non mancavano spunti interessanti, ma che erano ammalati di quell’autocompiacimento della fragilità che è una sindrome di molta musica che, per dirsi e farsi sperimentale, imbocca questa scorciatoia. Né ci aveva confortato troppo quanto avevamo visto nemmeno troppo tempo fa all’Auditorium di Roma, quando la London Sinfonietta Orchestra si era divertita a reinterpretare un po’ del repertorio Warp (oltre a Varese, Cage…): bel concerto, in cui l’unico pezzo originale era la collaborazione tra Mira e la Sinfonietta. Più che amplificare il rumore di insetti chiusi lì davanti a noi in una teca, non aveva fatto. Ci risiamo: quando cioè la sperimentazione crede di bastare a se stessa (e ci fa due palle così). Insomma, tutto questo per dire che non c’era una disposizione d’animo particolarmente positiva o piena d’aspettative nei confronti di questo “Eyes Set Against The Sun”.
Invece, attenzione: dopo ripetuti ascolti, usciamo con la convinzione che questo sia non solo il miglior lavoro della sudafricana trapiantata in Inghilterra, che magari non ci voleva nemmeno molto, bensì molto di più. È successo che evidentemente la Calix non si è accontentata di amplificare grilli in una teca, ma durante le date in giro con la London Sinfonietta deve essersi applicata per carpire molti trucchi del mestiere per quanto riguarda l’uso degli archi nell’ambito della musica contemporanea. Al tempo stesso, ha avuto la maturità (e la personalità) di portare avanti il suo discorso musicale, che è (ed evidentemente sempre sarà) intriso di fragilità, intimismo, destrutturazione: solo che invece di considerare queste caratteristiche come qualità che si autogiustificavano e autonobilitavano, si è sforzata di inserire il tutto in un contesto di alta qualità melodica. Non stiamo dicendo, sia chiaro, che improvvisamente la Calix si è fatta Bacharach; è che fragilità e destrutturazione vengono messe al servizio di una fluidità di fondo che trasforma la noia in malinconia e suggestione. Fluidità che prima non c’era, e che Mira mai aveva cercato (forse perché convinta, come altri intransigenti fragilisti e destrutturatori, che fosse un cedimento, un compromesso). Fluidità che è in assonanza con qualità; perché c’è una traccia, “Umbra/Penombra”, che pur avendo apparentemente gli stessi elementi e le stesse caratteristiche delle altre è, riconoscibilmente, degna di poco apprezzamento – perché il beat rumorista che la sostiene è scentrato, le dissonanze sono gratuite e approssimative (non calibrate e meditate), gli archi sono di plastica nel suono e banali nella scrittura. Proprio questo passo falso permette di apprezzare al meglio gli altri nove brani che sono invece, per chi ha voglia di un ascolto paziente e non sempre agevole, davvero soddisfacenti. Soprattutto chi ama il repertorio della 4AD dovrebbe riconoscersi in “Eyes Set Against The Sun”: è come se esso venisse riattualizzato in chiave moderna, venendo quindi corroso da rumori d’ambiente, sporcato dalla insicurezza tipica dei decenni che sono seguiti ai terribilmente self confident (anche nei goticismi!) anni ’80; la vena malinconica però è la stessa, e incanta. Basta ascoltare la coppia iniziale di tracce, con “Because To Why” che trasfigura in “The Stockholm Sindrome”. O la tesa inquietudine che percorre la lunga (dieci minuti e passa) “The Way You Are When”, dove il potere suggestivo del pizzicato d’archi viene usato con molta semplicità, con molta misura, con molta efficacia. C’è una sola traccia conclamatamente rumorista, la “Belonging” che è una versione addolcita, indebolita, semplificata, banalizzata delle spigolosità autechriane. Ma anche lì, il tutto si nobilita quando è ingentilito da un esile tappeto di archi, giusto alla fine. Basta poco a fare la differenza. Basta poco a passare dalla destrutturazione gratuita ad un disco veramente bello e compiuto. Ma è un poco che in realtà non è semplicissimo da raggiungere ed ottenere. Tutt’altro.

(Recensione tratta dal Mucchio n.630)

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