Mr Beast
Pias/Self

Mai viste vere rivoluzioni in casa Mogwai, e non saremo certo noi a negarlo. Nonostante questo si può dire che gli scozzesi non abbiano mai sbagliato nulla, discograficamente parlando. Solo che nell’ultimo album, “Happy Songs For Happy People”, di ottimo livello quanto i predecessori, sembrava affiorare, in potenza, una certa staticità, una ripetizione di schemi destinata a ostacolare, su disco, l’efficacia di una formidabile live band. Viceversa, in quel lavoro già trovavamo la complessa tessitura melodica che in questo nuovo disco diventa colonna portante senza impedire, incoraggiando anzi, l’elaborazione di una varietà di colori che finora avevamo solo potuto intravedere. Pur ridimensionate dalla posizione dell’uomo all’interno della vicenda, le dichiarazioni del fondatore della Creation Alan McGee – nuovo manager del gruppo – non sono del tutto campate in aria: si tratterebbe il miglior disco di art-rock dai tempi di “Loveless” dei My Bloody Valentine. Affermazione azzardata, forse, ma dobbiamo ammettere che qui, proprio come in “Loveless”, la carta vincente è una riuscita miscela di languore pop e amour fou nei confronti del rumor bianco, con più sfumature e meno chiaroscuri rispetto al passato. Realtà assodata, finalmente, e non più luogo di momentanee incursioni. Su “Mr Beast” ritornano volumi che non si sentivano dai tempi di “Like Herod” (la strepitosa “Glasgow Mega-Snake”, assalto di mutazioni metal che collassano le une sulle altre, in un continuo alzare la posta in gioco), ma trovano spazio anche ingegnose costruzioni elettronico-pianistiche che danno vita a spoglie e cristalline sinfonie (“Friend Of The Night”) o a imponenti ouverture, è il caso della eloquentemente introduttiva “Auto Rock”. Disco di impressionante maturità, Mr Beast, che non sconvolge i piani dell’evoluzione rock presente e futura, no di certo, ma che sa sorprendere, e non poco, per l’utilizzo accorto ed estremamente calibrato dei mezzi a disposizione. L’ennesimo tassello di una carriera impeccabile, e forse pure qualcosa in più.

Recensione tratta dal n.620 del Mucchio (marzo 2006)

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