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Motorpsycho

The Tower

Rune Grammofon/Stickman
7

Fatecelo dire. Con una media da quasi un’uscita all’anno, quella di un altro album dei Motorpsycho in arrivo non è esattamente una notizia. Come sanno bene i fedelissimi che riescono a stare al passo con tutte le loro metamorfosi, la domanda più giusta da porsi non è quando i norvegesi faranno la loro prossima mossa ma piuttosto da quale delle loro varie incarnazioni è lecito attendersela. Proprio il novero di dischi pubblicati negli ultimi anni offre un’ampia scelta: toccherà ai Motorpsycho teatrali e quintessenzialmente progressive, che nel giugno dell’anno passato hanno scritto gli spartiti strumentali di Begylnesser, spettacolo teatrale “immaginario” di scena per quaranta repliche al teatro di Trøndelag? Oppure sarà il turno dei Motorpsycho virati alla psichedelia chitarristica degli anni Settanta che, sempre nel 2016, incidevano quel gran bell’album che è Here Be Monsters, a ideale continuazione del Behind The Sun di due anni precedente?

Con The Tower la risposta va cercata nel mezzo. Affrontata l’uscita di scena di  Kenneth Kapstad (il componente più giovane che “solo” dieci anni fa aveva sostituito il membro storico Håkon Gebhardt e che viene a sua volta rimpiazzato da Tomas Järmyr), il rinnovato trio si è trasferito Oltreoceano, per alcune sessioni di incisione tra Los Angeles e gli studi del Rancho de la Luna. Per un soffio Alain Johannes dei Queens Of The Stone Age non finisce a curare la produzione, ma i suoni restano comunque di quelli che non guasterebbero in un album stoner: la scaletta sa essere generosa di riff (Bartok Of The Universe è, di nome e di fatto, una parafrasi dei Sabbath) e di episodi accelerati, tanto che A.S.F.E. sembra avanzata da una sessione degli Spidergawd, il divertente progetto collaterale di rock stradaiolo cui aveva preso parte Bent Saether. La vera anima del disco sta però altrove, nei brani-fiume che raggiungono e superano i dieci minuti, come le suite Intrepid Explorer e The Ship of Fools. In questo il titolo più significativo è forse Pacific Sonata, quindici minuti che partono acustici, come un sentito omaggio alla tradizione del cantautorato trasognato della West Coast, e salgono costantemente, come in un crescendo da maratoneti.

Ora, magari chi scrive li preferirebbe un po’ più compatti e (si fa per dire) sintetici, come avevano saputo essere anche nelle loro prove recenti: anche nei loro momenti più psichedelici, però, ai norvegesi vanno riconosciuti un controllo e un rigore davvero “nordici”, assai distanti dalle vaghezze dello spirito free-form che pure tornano spesso a corteggiare. A ulteriore valore aggiunto, c’è il fatto che i brani di The Tower possono sembrare una canzone diversa a ogni nuovo passaggio. Quasi strappata a una tela di Pieter Bruegel o a una scena di massa di Hyeronimus Bosch, la torre di Babele che campeggia in copertina è un simbolo azzeccato: se mai ce ne fosse bisogno, i Motorpsycho tornano a dimostrare di saper parlare un’infinità di lingue, talvolta tutte contemporaneamente.

 

 

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