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Motorpsycho

Here Be Monsters

Stickman/Self
7.5

Quando si dice che ogni occasione è buona. Il pretesto per l’edizione limitatissima di Child Of The Future giunse con il ventennale della band, dietro la fantasia progressive di The Death Defying Unicorn c’era il cinquantenario appena compiuto dal Molde International Jazz Festival – ed ecco che, in un attimo, con la raccolta Supersonic Scientists le candeline da spegnere erano diventate già venticinque. Chiude il cerchio, almeno per ora, Here Be Monsters, la cui musica è stata composta su richiesta del Norwegian Technical Museum, che nel 2014 celebrava il giubileo della sua fondazione. Quando si tratta di compleanni e anniversari istituzionali sul suolo norvegese, i Motorpsycho sono più richiesti di un neomelodico napoletano durante la stagione delle comunioni. A fare la differenza non è tanto il prestigio della commissione, quanto l’entità dell’evento: per musicisti che non perdono tempo a pensare a niente che sia meno che “monumentale”, vale la pena di festeggiare solo a partire dal quarto di secolo in su.

Nell’aggiungere un nuovo tassello alla già chilometrica discografia del trio scandinavo, non si può fare a meno di relegare le due recenti sortite di Still Life With Eggplant (2013) e Behind The Sun (2016) a una frugale parentesi dai sapori retrò. L’unico ponte significativo che il nuovo lavoro getta verso quel folk-rock psichedelico è una rielaborazione della Spin, Spin, Spin che si trovava su The New Folk Sound of Terry Callier e che qui riascoltiamo in una versione “alla H.P. Lovecraft”, dove ogni giro aggiunge nuove linee vocali e strumentali. Tutto quanto, in Here Be Monsters, parte da premesse minimali per poi crescere seguendo un irresistibile movimento “a spirale”. Sulle poche note di pianoforte di Sleepwalking e rispettiva ripresa (Ståle Storløkken, vecchia conoscenza negli anni del collettivo Elephant 6 e il produttore Thomas Eriksen fanno da tastieristi aggiunti) prendono forma questi sette brani in odore di suite: canzoni all’apparenza semplici, inesorabilmente destinate a svelare la propria natura “mostruosa” con il proseguire dell’ascolto. Quella che a tutta prima può suonare come una innocua ballata (vedi, ad esempio, Lacuna Sunrise) si gonfierà fino ad assumere le fattezze di un’enorme sessione da dieci, quindici minuti. Chitarre acustiche e poi elettriche, archi, tastiere e pianoforte, uno strato sopra l’altro a ingrassare un sound degno dei Pink Floyd a gestione gilmouriana.

Se li si paragona agli altri, quelli di Timothy’s Monster che nel lontano 1994 dialogavano con il rock indipendente e addirittura con il lo-fi, ti verrebbe quasi da odiarli questi Mostri: per la loro sfacciata apologia di gigantismo, per la convinzione che ogni album debba essere una scusa per esibire i muscoli, per quest’idea incartapecorita che vede il  rock psichedelico sempre e solo come “una cavalcata”, un inevitabile tour de force (quando tutte le nuove uscite nel settore invece fanno a gara ad asciugare, decostruire). Ce ne sarebbe abbastanza per lanciare un’altra crociata contro le opulenze del vetero-rock di ritorno, ma qualcosa, in fondo, ce lo impedisce: non è lo stacanovismo, né l’indiscutibile capacità dei Nostri nel maneggiare gli strumenti (che, casomai, sarebbe un punto a sfavore). Assomiglia più alla rarissima abilità dell’architetto che sa mettere insieme i mattoni con le proprie mani, capace di darti un saggio di abilità edilizia nel giro di pochi minuti. In questo il nuovo Motorpsycho ricorda un altro titolo del catalogo, dimenticato troppo in fretta, ovvero Little Lucid Moments, che nel 2008 dimostrava come, per non essere fine a se stesso, il lavoro con le forme musicali lunghe richieda enormi doti di equilibrio e di sintesi. Qui come là, di fronte a una costruzione imponente, ci si ritrova a constatare come tutto quanto stia magicamente in piedi, ed è uno stupore che supera di gran lunga ogni legittimo appunto sull’arredo di interni. Se è questo che si intende con arte monumentale, contateci anche per la prossima ricorrenza.

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