mouse on mars cover
Mouse On Mars

Dimensional People

Thrill Jockey
7.5

Uh, vedi un po’: i Mouse On Mars abbandonano le sponde discografiche che recentemente li avevano visti affratellati con i Modeselektor e tornano con la Thrill Jockey (un legame storico, che ha generato album come Radical Connector, Idiology, Niun Niggung); soprattutto, lo fanno coinvolgendo per la lavorazione di questo Dimensional People un’autentica parata di stelle: c’è Justin Vernon (sì, lui), ci sono Zach Condon dei Beirut, Bryce Dessner dei National, Spank Rock, Lisa Hannigan, giusto per citare i più noti. Ma non è ovviamente una roba stile hip hop, dove sfoderi gli amici famosi come gioielli della tua collezione, chiedendogli di fare la comparsata prestigiosa; no, è tutt’altro, è addirittura konstruktivist socialism, a sentire Andi Toma e Jan St. Werner. Ovvero un modus operandi molto libero secondo il quale a vari amici-colleghi viene chiesto di divertirsi, di esercitarsi su una piattaforma dove poi i padroni di casa montano, smontano, rimontano, frullano, aggiungono, tenendo come base talora esplicita ma molto più spesso implicita una linea ritmica serratissima (145 bpm), mutuata dal footwork. Il risultato, come prevedibile, è prismatico, multistrato (con un sacco di sapori world). Ecco, a dirla tutta il risultato potrebbe essere un paciugo, sì, in mani non esperte, ma Mouse On Mars “vuol dire fiducia”, parafrasando pubblicità piuttosto stagionate. Stagionati sarebbero anche Andi e Jan, in teoria, visto che sono in giro da venticinque anni, ma la loro freschezza intellettuale non sembra davvero conoscere flessioni. Questo infatti è un lavoro pieno di passaggi preziosi, di idee brillanti, di scelte coraggiose che possono contare – e qui si fa la differenza – su una veste sonora robusta, ben spaziata, multidimensionale, cosa che evita l’effetto sperimentare-tanto-per-sperimentare.

Certo, Dimensional People richiede una scolto paziente, bisogna anche curarsi di entrare nei perimetri della giocosità e del sense of humour sonoro del duo, ma se lo si fa si viene ricompensati da un’opera che offre tanto, veramente tanto. In effetti è da un po’ di tempo, soprattutto in Europa, che chi fa un disco di elettronica tende a evitare i concetti di complessità, di narrativa (anche vocale), di multidirezionalità. Non che non ci sia ottima musica in giro, ma o si va dritti per gli stilemi dancefloor – e qui intervengono tantissimo i metadiscorsi su quali siano i suoni giusti del momento e quali no – oppure c’è il tuffo nella cupezza darkambient-techno-industrial, una scelta che da nobile (come è praticamente sempre stata) negli ultimi anni sta diventando molto paracula, furba e alla moda, un po’ da paninari dell’elettronica (alias, devo far vedere che ne so, che sono intelligente, ostento il mio status symbol e i miei synth analogici). Quello che manca a questo album sono tracce o momenti realmente epocali, di quelli che restano e si tramandano negli anni, ma la qualità complessiva non può essere messa in discussione. Che il cielo e lo spazio ce li preservino a lungo, i Topi Su Marte.

 

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 765

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