MyBloodyValentine MBV
My Bloody Valentine

MBV

Pickpocket
8.5

Ascoltare l’insperato m b v con orecchie “incondizionate” è (quasi) impossibile. Dopo settimane di opinioni in libertà, però, è più facile scacciare aspettative e paure: no, nel 2013 neanche Kevin Shields può fare una rivoluzione sonica con le chitarre, anche perché l’ha già fatta nel 1991, al momento opportuno; e se un disco come Loveless per i MBV c’è già stato, temere che un album,
oggi, possa non esserne all’altezza è un approccio che sposta dannatamente l’attenzione da un suono, un’atmosfera, un marchio di fabbrica, una sostanza – che in m b v c’è – a dinamiche (e spesso, sovrastrutture) della popular music che necessitano di essere contestualizzate. Quello che è ancor più difficile, invece, è ascoltare m b v con le orecchie ripulite dalla montagna di emulazioni degli ultimi anni e dalla noia e dalla cattiva predisposizione che abbiamo nei confronti dei grandi ritorni.

Diviso in tre parti, l’album dà il meglio di sé in quella finale, sviluppandosi in un crescendo nel tempo degli ascolti e nello spazio della scaletta, con i grandi punti interrogativi sulla datazione delle registrazioni che sembrano trovare una risposta “cronologica” proprio nella progressione della sequenza. La cura degli “indizi”, come sempre, è cerebrale: la prima triade riporta esattamente dove eravamo rimasti, con She Found Now che si aggancia a Loveless e proprio in quel luogo così noto e piacevolmente disorientante posiziona le lancette sulla mezzanotte; lo shoegaze, nella sua accezione primaria, è ipnosi, psichedelia, attraverso la ripetitività concentrica di Only Tomorrow – con la voce di Bilinda che si trasforma in un effetto dalle sembianze di un corpo celeste – e Who Sees You che arriva quando siamo già mezzi ubriachi, a fissare il nastro sbrillentato della chitarra di Shields scagliato in una
nebbia di fuzz che racchiude miliardi di particolari composti in un universo unico (non solo nel suo genere). Poi la triade centrale, quella più pop, che sfiora l’Eden in New You, profondamente femminile nella voce morbidissima e nel basso gommoso di Debbie Googe. Infine la messa in discussione di tutto. Il presente, che aspettiamo con ansia di testare dal vivo. La guerriglia perforante tra bellezza e caos di In Another Way, che riparte dal ritmo scomposto di Soon, per approdare alle incertezze rarefatte di Wonder 2.

m b v è un percorso attraverso il mondo di K Shields. Uno spazio dove non c’è uno scontro immediato, in blocco, con le atmosfere, inesplorate e devastanti, di Loveless, ma quel suono immutato, inimitabile e inconfondibile, assume nuovi significati – nel presente, e chissà, forse anche nel futuro – attraverso le asimmetrie della triade finale. Nel mondo di Kevin Shields le ascese si trasformano di colpo in discese (e viceversa). Dove solo chi ha davvero buone orecchie avrà la fortuna di scoprire le bellezze di una gloria (che con m b v si conferma) eterna.

Pubblicato sul Mucchio 704

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