Nell’anno in cui Sufjan Stevens ha pubblicato Carrie & Lowell, ogni altro tentativo di misurarsi con l’intensità in musica rischia di sparire al confronto, eppure questa esordiente che viene dall’altra parte del mondo ha dalla sua carisma e voce, poesia ed eleganza, e cullarsi con il suo debutto discografico potrebbe essere il segreto meglio conservato della stagione. A chi scrive, in realtà, Listen To Formation, Look For The Signs genera sin da subito una sorta di apprensione legata al rischio che il talento dell’autrice possa non conservarsi limpido, indipendente e un po’ folle, come appare in questo album.

Nadia Reid ha solo ventiquattro anni e ha scritto alcuni dei brani quando era ancora una teenager, viene dalla Nuova Zelanda e Port Chalmers, Wellington, Christchurch, Auckland e ogni altra località vissuta o visitata, per sua stessa ammissione, ispira la sua musica. Più in generale, il folk di Nadia si connette con un’idea di natura nobile e spirituale, e cede costantemente alla ricerca di una tristezza toccata dalla grazia. Anni di emozioni sedimentate, insegnamenti fatti propri ed esperienze mancate, innamoramenti e fallimenti sono raggrumati nella decina di pezzi con cui Nadia si presenta al mondo, spalleggiata da musicisti splendidi (Sam Taylor alla chitarra, Richie Pickard al basso, Joe McCallum alle percussioni) e da un produttore rispettoso (Ben Edwards), che hanno il principale merito di non invadere il suo territorio di latente intimità. Se i riferimenti non mancano (su tutti, Mimi Rogers, Jolie Holland, Cat Power), è la personale cifra stilistica di Nadia a risaltare con autorevolezza nell’inevitabile gioco delle somiglianze. “I keep the art separate from the love / I always keep the truth separate from my heart”, canta in Reaching Through, summa filosofica di un disco tutt’altro che consolatorio, che splende in ogni dove di luce propria, tra devastanti slowcore (Just To Feel Alive, Some Are Lucky) e grandiosa ruggine pop (Holy Low, Call The Days).

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