Le Noise
Reprise/Warner

Preceduto da una serie di esibizioni live in cui venivano provati i nuovi pezzi, questo disco di Neil Young assomiglia in maniera impressionante a un recital. Non tanto perché il cantautore (termine davvero riduttivo, in questo caso) si fermi a spiegare ognuna delle otto canzoni, quanto per il tono intimista e minimale di registrazioni e scaletta, aperto però a esplosioni e divagazioni improvvise e spiazzanti. L’artista, una chitarra che può diventare rumore o lieve accompagnamento, propone uno sguardo narrativo e poco ortodosso, come sempre. Ci si aspetta una specie di folk stratificato, per esempio, nell’avvio di “Hitchhiker”, e poi tutto diviene sussurro, loop, riverbero. Il merito di questo ambizioso quadro sonoro, fatto di echi e richiami a ogni tipo di rifrazioni, è da condividere con Daniel Lanois, vecchia conoscenza di Young che mette a disposizione uno studio, a Silverlake (Los Angeles), pensato per lavorare sui timbri di acustiche, elettriche e basso. Se è vero che Jackson Browne in persona invidia i suoni degli strumenti del Nostro, è altrettanto vero che “Le Noise” si sorregge sulla suggestione, più che sulla sostanza, senza che ciò sia necessariamente un difetto. Con l’eccezione di un paio di brani che rimarranno nel repertorio maggiore del canadese (noi puntiamo su “Walk With Me”, un blues da apocalisse, “Love And War” e “Peaceful Valley Blvd.”, probabilmente la vetta del disco), ha la meglio un’idea lisergica, quasi, e ciclica del rapporto fra voce, strumenti e la loro trasfigurazione. Non si tratta, quindi, di un album tirato via, senza rispetto per ascoltatori e per se stessi; piuttosto, è una buona esemplificazione dell’inquietudine di chi ha scritto e sperimentato così tanto da poterlo fare ancora, e non si pone barriere, se non quelle dei suoi limiti fisici, qui, peraltro, tutt’altro che evidenti. Neil Young è stato maestro di tante generazioni di giovani: speriamo che dall’ascolto di “Le Noise” possa accendere qualche scintilla pure per chi oggi ha meno di trent’anni e suona quel miscuglio di stili chiamato “rock”.

tratto dal Mucchio n°675

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