Fox Confessor Brings The Flood
Anti/Self

Esiste da tempo una categoria, discutibile come tutte le categorie, utilizzata per identificare tutti quegli artisti che, partendo dall’indie rock, sulla via di Damasco riscoprono, in vari modi e tempi, le radici del folclore a stelle e strisce, e questa categoria ha un nome: alt-country. Ma c’è, e per una volta ringraziamo lo spirito classificatorio della critica, un insieme semantico più grande che lo include, e questo insieme è Americana. Parola semplice che evoca un mondo senza doversi addentrare in descrizioni particolareggiate, espressione indispensabile per identificare un disco come questo, che è una e molte cose insieme, che è classicissimo e imbevuto di colori gospel e western, e allo stesso modo è attraversato da chitarre deraglianti (“That Teenage Feeling”) e impolverato da una sporcizia di fondo che, opacizzando quanto basta le rifiniture, scongiura qualsiasi scivolone patinato. Gli episodi sono di ottima levatura: segnaliamo in particolare l’introduttiva “Margaret vs. Pauline”, con un piano che ne infittisce le trame senza però perdere di vista il filo della melodia, una “A Widow’s Toast” che fa venire in mente i Cowboy Junkies di “The Trinity Session”, una “Lion’s Jaws” che sfoggia una chitarra twanging da antologia. Neko Case conferma di essere la cantante carismatica che già animava i dischi precedenti (quelli a suo nome e quelli con i New Pornographers), mettendoci quel tocco di maturità in più che fa la differenza tra un bel calco e una copia autentica. Contributo indispensabile, in tal senso, quello di un parco musicisti piuttosto ampio che arricchisce il tessuto dei brani, coinvolgendo tra gli altri Garth Hudson della Band ma soprattutto Howe Gelb, Joe Burns e John Convertino: il disco è stato infatti registrato negli studi Wavelab di Tucson, quartier generale del desertico terzetto. Ottima raccolta di canzoni, “Fox Confessor Brings The Flood”, e forse sarebbe stata sufficiente questa affermazione. Ma a chi scrive di musica, proprio come a chi raccoglie storie per farne canzoni, si sa che piace divagare.

Recensione tratta dal Mucchio n.620 (marzo 2006)

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