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Nick Cave & The Bad Seeds

Skeleton Tree

Kobalt/Self
9

Va alla radice, Nick Cave. Va allo scheletro, perché a volte non resta che radere al suolo tutto, sbarazzarsi di ogni sovrastruttura, togliere quel che resta in superficie. Eppure le ramificazioni del suo eccelso songwriting fanno ancora germogliare qualcosa di estremamente vitale, estremamente importante. Inutile girarci attorno: la morte nell’estate 2015 del figlio quindicenne Arthur, uno dei due gemelli avuti dalla moglie Susie Bick, ha scaraventato il musicista australiano in un pozzo di tormento ben diverso da quello riempito, decenni e decenni fa, da droghe ed eccessi assortiti.

Skeleton Tree, il sedicesimo album di studio in compagnia dei Bad Seeds, è stato in realtà composto prima della tragedia, ma non possiamo sapere quali dettagli, quali sfumature di esecuzione e interpretazione si siano flesse al lutto (e quali invece lo abbiano predetto).

You fell from the sky / Crash landed in a field / Near the river Adur”, pronuncia Re Inkiostro per rompere il ghiaccio nella prima traccia in scaletta, nonché la prima a essere stata presentata al pubblico: Jesus Alone, che si potrebbe anche leggere “Je suis alone”, è un’evocazione crepitante, che si collega al lavoro ambient rock con archi sviluppato al fianco del fondamentale Warren Ellis nel campo delle colonne sonore. È una preghiera di mistico laicismo: nella mente di Dio non siamo che ricordi sbiaditi, mentre aspettiamo il nostro turno, al buio. È una “Ghost song lodged in the throat of a mermaid”, riprendendo parte del suo testo. “With my voice / I am calling you”: una voce al solito profondissima, sempre più consapevole di se stessa in una delle canzoni più dolorosamente significative della sua carriera. Se David Bowie ha trasfigurato in impressionante tempo reale la sua medesima scomparsa, Cave trasfigura quella di una porzione del suo futuro, del suo scopo esistenziale.

Arriva un personaggio femminile nella successiva, splendida Rings Of Saturn, una sorta di hip hop cantautorale, a domandarsi “Are you still here?”. Aleggia, ovunque, la presenza della perdita. Aleggiano apparizioni da dimensioni sconosciute. Come Cave annota nel recente libro di appunti on the road The Sick Bag Song, “Sono un sistema nervoso che va avanti a rime e fantasmi”.

Otto brani, quaranta minuti di sermoni divenuti via via più moderni e spogli: spesso abbiamo soltanto il pianoforte, i synth già utilizzati nel precedente, affine Push The Sky Away e poco altro. Girl In Amber ricorda a livello di arrangiamento certe soluzioni adottate dagli ultimi Radiohead, A Moon Shaped Pool incluso con il ruolo di Jonny Greenwood non a caso maggiormente centrale. Da brividi, di nuovo, il cortocircuito lirico se si parla di telefoni che non squillano più e canzoni che nel frattempo girano dal 1984, anno di pubblicazione di From Her To Eternity, l’esordio sulla lunga distanza di Nick Cave & The Bad Seeds. Ma è il ritornello che si fa illuminante: “And if you want to bleed, just bleed”. Perché è il momento, semplicemente, di soffrire. Con il coraggio di farlo in pubblico, immolandosi a mettere sotto forma artistica qualsiasi esperienza (il rifiuto di farsi intervistare quale unica autodifesa).

L’ombrosa Magneto, dalle corde acustiche da manuale murder ballad, contiene il titolo della pellicola One More Time With Feeling, film-documentario di Andrew Dominik dedicato alla realizzazione del disco in questione con affondi sul piano personale e riflessioni sul rapporto sofferenza/creatività. Più ombrosa, e dissonante, è Anthrocene, che si interroga sulla storia dell’uomo e della natura, nella convinzione che “All the things we love, we lose”. I Need You è un’altra batosta pazzesca, che incede con passo imperiosamente elettronico: “Nothing really matters when the one you love is gone”.

Laddove Push The Sky Away irradiava luce, sin dalla copertina, Skeleton Tree emana una cupezza atavica. Ma i due pezzi conclusivi formano un dittico a parte, che lascia filtrare un’accettazione speranzosa. Distant Sky, in duetto filo-new age francamente non esaltante con la soprano Else Torp, è una doverosa cerimonia di piccole, celestiali visioni superiori. Nel semi-folk della title track parrebbe infine che le cose siano tornate al posto giusto, con la consapevolezza che “Nothing is for free”. Che un simile capolavoro non potesse dunque esistere senza le lacerazioni dal quale è fuoriuscito. Un capolavoro che si inserisce nel database emotivo di chi ascolta modificandone per sempre il sistema operativo.

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