NIN
Nine Inch Nails

Hesitation Marks

The Null Corporation/Columbia
8

Non sono segni di esitazione, come si penserebbe traducendo ingenuamente alla lettera il titolo, ma segni da ferite inferte con armi a lama, nel tentativo di suicidarsi o praticare dell’autolesionismo, quelli al quale si riferisce l’ottavo album dei Nine Inch Nails. Eppure i giorni perversi, in egual misura sadici e masochisti, del capolavoro The Downward Spiral dovrebbero essere ormai lontani. Vero che per l’artwork si torna a impiegare Russell Mills, come nel 1994: stavolta addirittura con copertine differenti a seconda che si scelga il cd standard, la versione per il mercato giapponese, la deluxe edition (con tre remix e intervista), il vinile o il download, ciascuno di essi provvisto di apposito master per garantire la miglior esperienza audio. Vero che si torna a concedere licenza di pubblicazione a una major, per semplificare le cose. Adesso Trent Reznor, però, è padre di famiglia, è mente sempre attiva nel campo delle nuove tecnologie – per quanto di recente si sia schierato contro la pirateria digitale – ed è musicista che si è tolto ogni soddisfazione grazie a rara apertura di vedute, raro spirito di conservazione (chi l’avrebbe scommesso…).

Dal 2009, quando annunciava una pausa dal suo progetto principale, perché mettersi in discussione è il segreto per rigenerare la creatività, l’artista americano non è rimasto inattivo: ha fondato gli How To Destroy Angels con la moglie Mariqueen Maandig, al debutto con Welcome Oblivion proprio quest’anno, e ha firmato due colonne sonore di successo, The Social Network e The Girl With The Dragon Tattoo per i film di David Fincher, al fianco dell’inseparabile Atticus Ross. Quest’ultimo, assieme all’altro fedelissimo Alan Moulder, co-produce Hesitation Marks, lavoro che non può passare inosservato: un po’ perché arriva dopo il deludente The Slip del 2008, un po’ perché si snoda per ben quattordici tracce in oltre un’ora di durata.

Attorno a Trent, che al solito compone e scrive in completa autonomia, cambia gran parte dei turnisti e arrivano ospiti come Lindsey Buckingham, ma poco importa. Quel che importa è che le registrazioni abbiano fruttato un disco valido, che da una parte mantiene un centro di gravità ribadendo stile unico e inconfondibile, quindi a essere onesti privo di stravolgimenti; dall’altra si apre a trame strumentali parecchio sciolte, a riflettere un momento esistenziale senza catene (leggasi tossicodipendenza e alcolismo), spezzate per la prima volta nel 2005 di With Teeth. C’è una padronanza nella rifinitura del sound che ha pochi eguali, non solo nell’ambito dell’elettronica sommata al rock, e in parallelo si riacquista il piacere di divertirsi. Tra melodia e aggressività, è il groove che ne esce rafforzato: accade già negli accattivanti singoli Came Back Haunted (trainato da un video girato dalla vecchia conoscenza David Lynch), Copy Of A ed Everything (che nell’affermare “Sono sopravvissuto a tutto”, “Sono a casa, sono libero” su spregiudicata base pop-new wave la dice lunga…).

L’ex Mr. Autodistruzione maneggia ciò che gli è più congeniale, ma non si arrende alla routine e azzecca ancora dei bei pezzi: una ballata come Find My Way, tra pianoforte e ghirigori sintetici, proietta i Depeche Mode in un futuro ignoto, mentre Various Methods Of Escape racconta di una voce che ha imparato a isolare l’emozione, I Would For You si riscalda con fiamme chitarristiche e While I’m Still Here attesta il connubio di fiati e macchine. Provate poi a stare fermi con le cadenze suadenti della dilatata All Time Low, che spazia da Oriente ai deserti dei Queens Of The Stone Age, oppure con il funk travestito da industrial di Satellite e i battiti marziali di Running, a giocare nel medesimo campionato dei Radiohead di The Kings Of Limbs. Certo, i momenti rabbiosi sono sporadici e non dettati dalla furia cieca dei tempi andati. Il contrario, d’altronde, sarebbe apparso caricaturale: ecco così che Disappointed fa del dancefloor il suo ring. Presi uno a uno, non vi saranno episodi indimenticabili (e qualche pasticcio, si senta In Two, ci scappa), eppure nel complesso abbondano soluzioni interessanti e raffinate, per un tragitto che potrebbe sembrare tirato per le lunghe ma che offre continuamente variazioni di passo, scarti a latere, vie di fuga. Se si ascolta più volte, la soddisfazione sale. Se si taglia, sgorga ancora del sangue. Se si esplora, sul pianeta NIN c’è tuttora vita.

 

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