History of Modern
100%/Self

Toh, chi si rivede. Non è proprio una sorpresa inaspettata, dato che già da qualche anno c’erano sussulti targati Orchestral Manoeuvres In The Dark, con riapparizioni televisive tedesche e poi via via altre cose sparse, vedi tour (auto)celebrativi; ora però la faccenda è proprio seria, perché ci sono di mezzo canzoni nuove – o almeno inedite – e non è il solito “best of” penosamente (auto) imposto per ragioni mercantili. Loro giurano di farlo per diletto e non per soldi. Ha l’aria di esser vero. Ai due signori in questione va comunque dato un posto nella storia del pop: Enola Gay è un monumento. Un monumento, ma anche insieme la fortuna e la rovina degli OMD: il suo successo epocale e la sua perfezione hanno sempre messo in ombra o direttamente squalificato il resto del loro materiale. Perché succedeva che se facevano altra musica che comunque era buona, inevitabilmente si pensava che non era mai tanto buona come Enola Gay; se invece facevano schifezze, subito si sbottava “Eh, Enola Gay è stata una botta di culo, questi valgono poco, senti qua che roba”. Già. Andy McCluskey e Paul Humphreys, infatti, non sono né geni né cialtroni. Sono onesti mestieranti del pop che hanno cavalcato prima di altri l’innovazione tecnologica dell’inizio degli ’80 ponendosi quasi per caso al fianco di Human League o perfino dei New Order. Nella loro carriera hanno sempre alternato pezzi sostanzialmente ok a tracce banalotte e inconsistenti, ed è esattamente quello che hanno ripreso a fare anche nel 2010 con History Of Modern. Disco che però è in qualche modo onesto, perché non cerca di farsi penosi lifting per attualizzarsi, né è eccessivamente paraculo nel cercare l’effetto-nostalgia. I due compari sembrano dire, allargando le braccia e sorridendo: “Questo siamo stati e questo siamo; questo abbiamo fatto e questo ancora oggi facciamo. Non siamo fenomeni né vogliamo esserlo”.

tratto dal Mucchio n° 674

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