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Ought

More Than Any Other Day

Constellation/Goodfellas
8

La protesta che per molti mesi, nel 2012, vide in piazza migliaia di studenti canadesi, ha dato frutti insperati; non tanto in termini di riscontri istituzionali (minime, in effetti, le concessioni governative) quanto piuttosto dal punto di vista dell’ispirazione: uno dei migliori album dello scorso anno – Images Du Futur dei Suuns – per stessa ammissione dei protagonisti aveva trovato sostanza organica in quegli avvenimenti; in quelle stesse settimane, gli Ought pubblicano l’ep d’esordio e iniziano a lavorare su More Than Any Other Day. Otto composizioni vicine alla perfezione nelle quali si respira, immediata, una discreta dose di elettricità che tuttavia non degrada mai in movimenti destrutturati; al contrario, anche gli episodi meno lineari – pochi, per la verità – si apprezzano per un sentire che (se non proprio pop) costeggia strutture armoniche e incroci di matrice post.

La tensione degli Shellac, la ritmica circolare e geometrica di June Of ’44 e Shipping News (Pleasant Heart), gli esperimenti votati ad un visionario intendere il pentagramma di Colossamite e U.S. Maple, le partiture in salire che hanno segnato le fortune di molti bei nomi della scena di Chicago (Today, More Than Any Other Day), i controtempi emo dei Don Caballero; prendete i richiamati nomi come metro di paragone e aggiungete che il quartetto ha la capacità di confezionare un debutto che, senza rimpianti, si lascia alle spalle le ceneri del punk, affianca per qualche intenso attimo la discografia degli Husker-Du (Gemini) e procede spedito verso la riscoperta di certo rock matematico (chi ha detto Cap ‘n Jazz?). Senza trascurare che Tim Beeler, vocalist e chitarrista dalle rosee prospettive, possiede
un carisma innato per fare in modo che quel fuoco che ancora brucia sotto la cenere trovi il tempo per riprendere violento: ecco, allora, che su The Weather Song c’è lo spirito del Lou Reed di I’m Waiting For The Man, mentre i violini e le tastiere rappresentano il valore aggiunto a quarantasei minuti al contempo rabbiosi e sublimi per i fan del maestro David Byrne.

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