HEARTLAND
Domino/Self

Has A Good Home si intitolava il primo album del biondo canadese fino a poco fa noto come Final Fantasy. Questa sua terza fatica estesa, invece, potrebbe chiamarsi Has A New Name; solo che tanto nuovo il nome non è, visto che trattasi di quello che si trova sulla sua carta d’identità: Owen Pallett. Il quale, preoccupato – meglio tardi che mai! – della potenziale confusione col celeberrimo videogioco, ha deciso di non nascondersi più dietro a uno pseudonimo. Che ciò avvenga con il suo lavoro più a fuoco, poi, è una coincidenza quanto mai gustosa. Richiestissimo nel ruolo di violinista e arrangiatore, in primis con gli Arcade Fire, fin dagli esordi Pallett ha puntato quasi tutto sulla ricchezza e la fantasia delle orchestrazioni, ottenendo risultati egregi ma finendo talvolta per perdersi tra un rigo e l’altro, mancando così l’obiettivo della concretezza (perché è pur sempre di canzoni in senso stretto che si parla). Un problema che in Heartland non si pone, visto che al suo interno la scrittura delle partiture per archi e fiati e quella dei brani si sposano e compenetrano come non mai, con contrappunti e cambi di passo a seguire e assecondare stati d’animo e sfumature della voce. Senza contare, poi, un uso più deciso e organico dell’elettronica, che contribuisce a dare al tutto ulteriori stratificazioni e livelli di lettura (specie in Lewis Takes Off His Shirt, non distante dal calore sintetico e dall’incedere meccanico di certo krautrock). Inevitabile tracciare paragoni con Divine Comedy o Andrew Bird, per non tirare in ballo Scott Walker o gli altri padri del pop sinfonico meno allineato, a patto però di considerarli non tanto punti di riferimento, ma compagni di strada per un artista che, nel realizzare la sua opera più ambiziosa (si ascolti la mini-suite Tryst With Mephi stopheles), sembra aver finalmente spiccato il volo. Basta non pensare che stiamo parlando di un concept incentrato su un contadino iperviolento e sui suoi dialoghi unilaterali col Creatore…

tratto dal Mucchio n°667

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