Le Labbra
La Pioggia/Venus

Sono quattro gli anni trascorsi da Piccoli fragilissimi film, durante i quali il ricordo di quel disco ha avuto il tempo di sedimentarsi nella nostra memoria. Anzi, tre e qualcosa, se contiamo l’ep 14-19 recensito nello scorso numero. Questo il lasso di tempo che è trascorso prima che Paolo Benvegnù desse un seguito al suo brillante esordio solistico, conferma all’epoca di ciò che già si sapeva su un musicista che, fin dai tempi degli Scisma, si era rivelato autore di grande statura. Davvero si trattò allora, come si è letto un po’ ovunque, di un lavoro così pesante all’interno del nostro panorama pop d’autore? Sì, ed era un disco importante e splendido pur nelle imperfezioni che lo attraversavano, nel quale la potenza espressiva ovviava ampiamente ed efficacemente alle occasionali dispersività.
Le labbra  parte da lì, mette a fuoco, aggrega e compatta quei materiali emotivamente densissimi intorno a una scrittura più sicura e diretta. Sarebbe semplicistico dire che è un lavoro migliore, è in realtà la conferma che Benvegnù sa maneggiare sempre meglio il proprio potenziale espressivo, attingendo con sicurezza sempre maggiore alla tradizione del nostro artigianato pop, mediandola con un personalissimo approccio art-rock. Il tema ricorrente è sempre la difficoltà nei rapporti umani, l’agonismo dei sentimenti, la vita reale che ci attraversa messa in scena con una scelta di parole che trova sempre vie di fuga dalla banalità, e anzi le fortifica. Sono le canzoni stesse a parlare: La peste, pallottola diretta all’airplay radiofonico con una partenza convulsa tra archi e controtempi e un ritornello killer, La schiena con il suo insinuarsi insidioso e le esplosioni di archi e chitarre a trafiggere di schegge la melodia. E ancora La distanza, Jeremi, la ariosa e malinconica Interno notte, la solenne Sintesi di un modello matematico. Non un calo di tensione, non un riempitivo, non una scivolata nel luogo comune. C’è già un possibile candidato a disco dell’anno, perlomeno in Italia, e dire che siamo appena a febbraio.

(Recensione tratta dal Mucchio n.643 – febbraio 2008)

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