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Paolo Nutini

Caustic Love

Atlantic/Warner
5

Sembra che debbano essere più di tre; e invece tanti sono a oggi gli album dello scozzese Paolo Nutini, da quando These Streets lanciò questo strano incrocio di Marvin Gaye e whisky single malt nel 2006. Sempre più nero inside, Nutini ha elaborato il lutto della separazione dalla compagna e ne riemerge con una musica che vuole esprimere la carica più vitale e sessuale della black music: tesa verso la gioia della Motown e al tempo stesso verso la dolcezza dei grandi interpreti soul del passato. Con Scream (Funk My Life Up), Nutini è già riuscito a infilarci un “hallelujah”; seguono “a kiss is but a kiss” e “I’ll be your fool” in One Day. Nel complesso però, più che rievocare la compianta leggenda di What’s Going On, il risultato tende verso Ben Harper, o verso un Michael Franti senza la tensione politica e sperimentale, cioè senza ciò che lo rende interessante. Nutini riesce perfino a cantare con un accento più giamaicano di Bob Marley – nel pezzo politicamente impegnato del disco, che è forse il migliore: Iron Sky, denuncia contro il potere oppressivo (con inserto dal Grande Dittatore), in cui pare di sentirlo pronunciare “religiiion”. Altrove, nemmeno il rap di Janelle Monae (Fashion) riesce a dare una scossa a un album che non è brutto, ma sa di appagamento come la raccolta di cover sfornata da una vecchia gloria a fine carriera.

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