Alone

Universal

Nella sensibilità artistica di Paolo Saporiti c’è parecchio spazio per i cantautori (leggi songwriter) esistenziali, quel pugno di personaggi che abbracciano musiche e versi in dissolvenza, attraversando tempi e mode anche parecchio lontani fra di loro. Un cenacolo ideale, che loro stessi vorrebbero disertare, per indole, e che raccoglie nomi come Tim (e Jeff) Buckley, Nick Drake, John Martyn, Elliott Smith; dalle nostre parti soprattutto Tenco, Ciampi e De André (almeno, quello della prima ora). Paolo ha alle spalle due album e un ep poco più che autoprodotti, e un buon numero di concerti in giro per l’Italia: una gavetta, chiamiamola così, di tutto rispetto che oggi lo ha portato fra le braccia di una major come la Universal, con le sue canzoni più intense e convincenti. Alone è affidato alla sua voce e al violoncello di Zeno Gabaglia, è stato prodotto da Teho Teardo (che gli ha dato una forma sibilante e inquieta) e ha il pregio del magnetismo e della buona scrittura. Da Rotten Flowers a Gelo, l’unico pezzo in italiano, non ci sono cedimenti di ispirazione o di struttura: forme scheletriche per un canto scarno e vibrante, che apre scenari desolati e talmente profondi da togliere il respiro. Nessun rifermento alla scena nostrana, ma un costante richiamo al folk universale a cui si accennava prima. L’unico difetto potrebbe essere la totale autoreferenzialità del progetto, ovvero la sua scarsa (nulla?) apertura a ciò che capita nel contemporaneo. Poco, pochissimo male: Alone è ipnotico e lirico come quasi nessun altro album in Italia è stato negli ultimi dodici mesi.

tratto dal Mucchio n°668

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