22 DREAMS
Island/Universal

Fra i padri fondatori del pop-rock britannico c’è un ritorno alla complessità: lo testimoniano piuttosto bene i nuovi lavori di Steve Winwood, Elvis Costello e Paul Weller. Dischi che non si negano divagazioni, piegandosi più all’estro dell’artista che a un solo genere. “22 Dreams” è probabilmente il più interessante del lotto: contiene in qualche modo gli estremi di Weller, quelli che vanno dal soul brutale, ancora bruciato dal punk (il pezzo che dà il titolo al cd), alla ballata – “All I Wanna Do (Is Be With You)” – dal cantato confidenziale, movimentato in “Have You Made Up Your Mind” e sconsolato in Invisible, al rock energico e avventuroso (“Push It Along”), fino a perdersi in una psichedelia che lambisce i toni della sperimentazione pura e semplice (“Song For Alice”), dell’evanescenza (“111”) e dell’onirico (“Night Lights”), vero tema conduttore di tutto l’album.
Un’album fatto di ventidue sogni e di ventun canzoni che potevano perdersi sui binari degli eccessi, e che invece offrono un corpo poderoso e ricco di inventiva, anche quando, per esempio in “Echoes Round The Sun”, le sfumature paiono avere la meglio. Proprio in questo brano si sentono le chitarre di Noel Gallagher e Gem Archer degli Oasis, mentre altrove spuntano Graham Coxon e Steve Cradock, degli Ocean Colour Scene. Se però nel precedente “As Is Now” vincevano proprio il ritmo e l’elettricità, qui ha la meglio una raffinatezza matura, ma che non ha rinunciato a molte frenesie della giovinezza. Il tono può anche essere trasognato, non retorico: nemmeno nell’avvolgente “Lullaby für kinder” che precede la struggente “Where’er Ye Go” seguita dalla particolarissima “God”, dialogo impossibile, ma non troppo, con il Creatore. Se Paul Weller voleva, con “22 Dreams”, “evocare gli spasmi e le angosce che stanno dentro all’immaginazione, impastati coi rimpianti di ogni giorno” (parole sue), è riuscito pure a dimostrare che la musica non ha ancora smesso di descrivere mondi migliori, a patto di essere, veramente, sentita.

 

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