WAKE UP THE NATION
Island/Universal

Nel corso della sua pluridecennale carriera, prima alla guida di Jam e Style Council e poi da solista, Paul Weller ci ha abituato a cambi di rotta anche abbastanza inaspettati. Eppure, fino a un paio d’anni fa la sensazione era che stesse sempre più compensando con la classe la mancanza di stimoli veri. A scacciare l’immagine della rockstar seduta sugli allori aveva per fortuna provveduto 22 Dreams (2008), opera ambiziosa ed estesa in cui l’artista si confrontava con i generi più vari, rimettendosi parzialmente in gioco e uscendone a testa alta. Per molti versi Wake Up The Nation si muove sulla medesima falsariga, con però una differenza sostanziale: la sintesi. Perché, ove là i minuti erano sessantotto, qui non sono neppure quaranta, suddivisi in quattordici canzoni e due strumentali. Ne risulta una corsa a perdifiato attraverso il rock’n’roll, il northern soul, il funk più sensuale e la disco più lasciva, ma anche l’elettronica e il pop psichedelico. Un approccio che ha il suo culmine in Trees, all’interno della quale si succedono allegramente acid jazz, easy listening, distorsioni e tappeti di suoni in reverse, fino a una chiusura per solo piano e voce. Tale proteiformità si concretizza anche nella lista degli ospiti, da vecchie glorie come Clem Cattini e Bev Bevan (batteristi rispettivamente dei Tornados e di Move ed E.L.O.) a Kevin Shields dei My Bloody Valentine, non a caso nel brano più inquietante del lotto, 7 + 3 (Is The Striker’s Name), per non parlare del cammeo del già bassista dei Jam, Bruce Foxton, nella spigolosa Fast Car/Slow Traffic. Vale la pena ascoltare il tutto prima a volume altissimo, per farsi travolgere dall’impatto sonoro e dalle melodie, e quindi in cuffia, apprezzando così il brulicare di tastiere, chitarre, suonini ed effetti che si muovono nell’ombra per poi sbucare fuori all’improvviso e altrettanto repentinamente tornare nelle retrovie. Sotto qualsiasi punto di vista, un’esplosione di vitalità, creatività e genio clamorosa, tra i vertici della produzione del modfather.

tratto dal Mucchio n°669

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