ULTIMA NOTTE A MALÁ STRANA
OTR/Universal

Un girovago della musica e della poesia: così si può tentare di definire Peppe Voltarelli, un tempo ormai lontano voce de Il Parto delle Nuvole Pesanti e ora una figura sfuggente, traboccante, grandiosamente viscerale. Difficile capire se sia più importante la sua carriera di attore, da cinema, da teatro, da semplice reading, magari del suo libretto Non finito calabrese, e altrettanto difficile districarsi a parole nelle maglie di Ultima notte a Malá Strana, nuovo album di un personaggio solare e triste, all’occorrenza. Una difficoltà che non ha nulla a che vedere con la scorrevolezza, anche parecchio sostenuta, delle singole canzoni, dove i ritornelli, la lingua (equamente dispersa fra dialetto nativo e italiano, scandita spesso alla Modugno, condita da qualche riso beffardo e un po’ amaro) e le musiche si rincorrono sempre. Pezzi migranti, ovvero nati durante una serie di tappe europee e americane, culminate recentemente a Montreal, nei quali l’artista si è trovato a portare in piazza – pardon, sul palco – la propria appartenenza a un Paese che quasi non c’è, a volte, e diventa dolorosamente reale solo quando ci si trova a essere italiani all’estero. Una valigia simbolica, piena di sonorità che spaziano dal rock al folk, complice la produzione di Finaz della Bandabardò, coinvolta nell’ottima cover de Gli Anarchici di Leo Ferré, con la voce di Erriquez, e che raccontano con sconsolata ironia la propria radice linguistica, non solo culturale. Storie e inquietudini, che lambiscono Il paese dei Ciucci, l’odio e l’amore per Sta città, il sudore delle Scarpe rosse impolverate, in una mescola che Peppe non rinuncia ad agitare, continuamente, a scapito di qualsiasi misura. Terreno e idealistico, il percorso del disco lambisce il cantautorato, anche tradizionale, degli ultimi sessant’anni dando un impeto e una forma nuova, se non innovativa almeno altamente credibile, sincera. Un figlio contemporaneo di Modugno che, se fosse ancora vivo Pasolini, sarebbe finito di certo in qualcuno dei suoi film.

tratto dal Mucchio n°671

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