LONG LIVE PERE UBU
Cooking Vinyl/Edel

Per anni David Thomas è stato piuttosto sbrigativo nell’affrontare le origini letterarie dei suoi Pere Ubu: un inevitabile richiamo all’Ubu Roi di Alfred Jarry, certo, ma la questione ci era sempre sembrata una sorta di pretesto, un isolato impeto di entusiasmo giovanile per le avanguardie storiche proveniente da una band che fin dai primi vagiti aveva, senza proclami da scuola d’arte, cercato di produrre moderna e concreta popular music. Bizzarra, certo, a tratti volubile, ma dotata di una sua solida pragmaticità. Ora ritroviamo lo stesso Thomas impegnato nientemeno che in una ambiziosa rilettura dell’opera di Jarry: trasformata in una sorta di grottesca piece musical-teatrale, bislacca quanto i presupposti possono fare immaginare, la rilettura del Macbeth di Shakespeare operata dall’autore francese, cialtronesca, assurda e “priva di ogni redenzione”, accolta con sconcerto e ostilità dalla Parigi di fine Ottocento, diventa di fatto l’approdo più naturale per la storica band di Cleveland. Al punto che lo stesso Thomas, anziché giocarsi la comoda carta del progetto collaterale, ci presenta questo ciclo di canzoni, già portato sul palco lo scorso anno in un contesto più strettamente teatrale e con qualche variazione, semplicemente come il nuovo album in studio della band.
Con l’aggiunta di una efficacissima Sarah Jane Morris nel ruolo della consorte di Ubu, i musicisti assecondano ancora una volta il leader con la necessaria temerarietà, tirando fuori un impasto ostico e a tratti grumoso, spesso geniale, mai scontato, con incursioni nella consueta formula (Road To Reason è il classico, spastico anti-inno dei Nostri), insolite parentesi elettroniche (Less Said The Better, un titolo che pare il più classico dei motti di Thomas, costellata da grotteschi, pantagruelici rutti campionati), solenni progressioni che paiono prese dagli Henry Cow più brechtiani (Slowly I Turn). “A cool mess”, secondo Thomas: sottoscriviamo in pieno.

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