Grace/Wastelands
Parlophone/EMI

Ripensando ai Libertines e alle loro vicende post-scioglimento, appare chiaro quanto Peter Doherty e Carl Barât fossero complementari: genio uno, regolatezza – perdonateci il neologismo – l’altro. Perché se i dischi realizzati dal secondo alla guida dei Dirty Pretty Things erano dignitosi ma privi del benché minimo sussulto, quelli del primo con i Babyshambles erano nel complesso non esattamente solidi né del tutto a fuoco, ma potevano contare su lampi improvvisi e intuizioni degne di una personalità brillante. Ecco, prendiamo tutto questo, aggiungiamoci i fin troppo noti problemi di Doherty e l’attenzione esasperante dei media e sarà chiaro come fosse lecito immaginarne il debutto da solista come un fallimento dei più clamorosi. E invece no, perché “Grace/Wastelands” è un disco non solo sorprendentemente vario, ma anche di valore. Affiancato da due balie d’eccezione come il produttore Stephen Street e Graham Coxon, il musicista inglese ha potuto dare sfogo alla propria creatività sicuro di cadere in piedi, e così facendo ha regalato un pugno di canzoni di tutto rispetto. E se, in generale, le tonalità che prevalgono sono quelle acustiche (“Arcadie”, “New Love Grows On Trees”), i paesaggi orchestrali di “A Little Death Around The Eyes” e le progressioni di “Lady, Don’t Fall Backwards” fanno venire alla mente rispettivamente Scott Walker e Richard Hawley, mentre l’ironica “Sweet By And By” pare recuperata direttamente da un jazz club fumoso dei primi decenni del secolo scorso, e “Last Of The English Roses” sfoggia un terzomondismo post-moderno e una cura nei suoni degni del miglior Damon Albarn. Senza contare che melodie come quelle di “Salome” o della più cupa “Broken Love Songs” non si sentono proprio tutti i giorni. Non credevamo che lo avremmo mai scritto, ma con “Grace/Wastelands” Doherty finalmente sembra aver raggiunto – e con buoni risultati – una vera maturazione artistica; per quella umana, invece, temiamo non sia il caso di farsi troppe illusioni.

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