l sudafricano Yannick Llunga definisce noirwave il suo personale crossover di elettronica, soul e sonorità new wave. Dal primo singolo Till We Ghosts del 2012 a oggi, passando per l’ep The King Of Anxiety, Llunga ha perfezionato la sua formula, guadagnandosi un piccolo spazio a cavallo tra il panorama indie e quello post-soul. Se ne sono accorti Mos Def e Solange, “Pitchfork” e “Afropunk”, strabiliati dall’uso di riferimenti incrociati e dall’interessante contrasto tra un sound sofisticato e una sperticata semplicità nelle liriche. Se c’è qualcosa di molto istintivo e naïf nei testi (“All we have in life will disappear”, cantava in Disappear) e, diciamolo pure, nel titolo di questo primo album, i dieci pezzi di La Vie Est Belle/Life Is Beautiful hanno tutta la maturità di un songwriter che, poco più che ventenne, ha trovato il suo stile. Metallaro prima, chillwaver a momento debito, Llunga non ha mai perso di vista l’obiettivo di integrare poliritmi e strumentazioni legate alle sue radici (Sudafrica, ma anche Congo e Angola) con una selezione di influenze provenienti dal metamorfico panorama alternativo angloamericano.

Nella musica di Petite Noir si percepisce la fascinazione per nicchie più definite: l’alt R&B di How To Dress Well di The Fall, dall’ep, per esempio, o la chillwave un po’ primo Twin Shadow della splendida ballata Inside, che qui chiude le danze. Più in generale, però, La Vie Est Belle echeggia l’indie rock vecchia maniera e quello sempre più infatuato dall’elettronica, con una disinvoltura che per una volta sarebbe un disservizio sdoganare come retro. Nonostante manchino capolavori di equilibrio come Chess (non a caso recuperata come bonus track), il disco si rivela coeso e focalizzato, con i dovuti picchi (la bloodorangeiana Colour, il sincretismo new wave/soul di Stay) e una vitalità contagiosa dal primo all’ultimo minuto. Petite Noir è un debuttante in stato di grazia, la dimostrazione che i risultati di questa onnivora generazione post-Internet iniziano a farsi sentire.

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