NOTES ON: DEATH
Montpatry Press/Audioglobe

Davanti al secondo album di Petra Jean Phillipson – capitolo
centrale di una trilogia inaugurata nel 2005 con “Notes On: Love”; in precedenza aveva militato nei Free Association di David Holmes – ammettiamo di esserci un po’ spaventati. Per il titolo funebre, naturalmente; ma anche perché nel retro di copertina si legge che le registrazioni si sono svolte “basandosi sull’elettricità della luna piena”, qualsiasi cosa significhi; e, a volerla dire tutta, perché si tratta di un doppio. Poi si mette su il primo dei due dischi, sottotitolato Noir (l’altro è invece “Blanc”) ed ecco un brano iniziale, “Underworld Tubeophany”, che è un crescendo per tuba, distorsioni e vocalizzi lungo quasi tredici minuti. E se a questo punto l’inquietudine aumenta, con essa la curiosità di vedere dove la musicista inglese andrà a parare nel resto del lavoro e le aspettative per il suo prosieguo, destinate per fortuna a venire abbondantemente soddisfatte.
Pronipote di una storica attivista per l’estensione del diritto di voto alle donne, la Phillipson dichiara di volere prendere le distanze dalla sessualizzazione esasperata delle artiste tipica dell’odierna industria discografica, e nella parte iniziale del programma questo desiderio assume la forma di una sequenza di canzoni spettrali e a tratti minacciose, basate sull’alternanza tra minimalismo acustico ed esplosioni di un’elettricità sferzante e scheletrica in qualche modo debitrice della lezione della PJ Harvey più ispida. Di contro, sul secondo disco le atmosfere si fanno più intimistiche e pastorali, la spina viene tenuta staccata e a prevalere sono la dolcezza e i toni alti della voce della protagonista (che invece nella metà precedente sembrava prediligere registri più scuri), anche se non è così difficile scorgere sottotraccia scorie di quella tensione che aveva caratterizzato l’altra sezione dell’opera. Un mesmerico gioco di rimandi fra luci e ombre che forma il ritratto di una personalità che si rivela tremendamente ricca di spessore e talento.

Tratto dal Mucchio n°693

 

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