A WOMAN A MAN WALKED BY
Island/Universal

Figlio dell’ombra, anche questo nuovo disco firmato da Polly Jean Harvey: non un album in solitaria, questa volta, e neppure sottile come era stato lo scorso White Chalk. Nemmeno quaranta minuti di canzoni in cui ha partecipato attivamente un collaboratore storico della songwriter britannica, ex-bandmate ai tempi degli Automatic Dlamini: John Parish. Produttore e artista da sempre in bilico fra folk e rock sulfureo, spesso maieuta delle emozioni più pastorali della Harvey, qui condivide meriti e glorie di un disco elettrico e speso fra riverberi e di trame sonore che sovente sconfina nel sonico, puro e semplice, oppure (e a sorpresa) avvicina la sperimentazione ai confini con il dub (The Chair) o ancora si placa nella mezzatinta inquieta.
Si parte con l’ipnotica e cupa Black Hearted Love e si arriva con il recitativo funereo, letteralmente, di Cracks In The Canvas. In mezzo, il pulsare neofolk e avvolgente di Sixteen, Fifteen, Fourteen, la straniante Leaving California, April, meravigliosamente anti-pop, con un wurlitzer che pare uscito da un film anni Trenta. Il pezzo che dà il titolo all’album, mischiato con The Crow Knows Where All The Little Children Go, è fra le cose più irruenti del canzoniere harveyano, vicina alle inflessioni dell’amico Nick Cave, mentre il tono scabro di Soldier e quello perentorio, orgasmico e punk di Pig Will Not arrivano a confluire nella drammatica Passionless, Pointless. Testi della poetessa, musiche del musicista: i primi vanno da ogni parte, dall’eros e thanatos al senso di abbandono e di perdita, fino alla crudele fisicità degli esseri umani; i secondi assecondano le parole e aprono spiragli emotivi fuori da canoni stretti. Un disco spiazzante nei suoi esiti finali: nessuno scorcio metropolitano, come è stato in altri tempi, e nemmeno quella quiete cercata di recente. È tornata di scena l’ossessione degli esordi, forse ancora più forte. L’effetto finale si avvicina al magnifico.

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