Sin dalla copertina, che gioca con il numero tre e i suoi multipli, la seconda di fila che non raffigura la songwriter inglese, The Hope Six Demolition Project – l’amaro riferimento del titolo è al progetto di rivitalizzazione urbanistica statunitense Hope VI – getta ponti con Let England Shake del 2011, decretato all’unanimità un capolavoro. Per quanto PJ Harvey sia uno dei pochi esempi viventi di artisti che nel corso della loro carriera non hanno mai sbagliato un disco, neppure u-n-o, non era dunque facile dare un seguito al precedente capitolo di studio, anche perché quest’ultimo introduceva grosse novità persino sul piano lirico: dopo averla respinta per anni in favore di tormenti interiori e criptiche ombrosità plathiane, la donna del Dorset apriva la porta alla sfera sociopolitica. Certo, a suo modo, mai con didascalismo, sempre con visionarietà. Tale porta è divenuta nel mentre un portone, spalancato non più solo sul proprio Paese ma addirittura sul mondo.

D’altra parte, ciò che ha fatto da preambolo a questo nono album è imprescindibile sia ai fini preparatori sia a una corretta ricezione: le session di incisione avvenute in pubblico come installazione alla Somerset House di Londra, il libro di poesie a tema post-bellico The Hollow Of The Hand firmato con il fotografo nonché ormai fido collaboratore Seamus Murphy e ispirato dai viaggi in Kosovo, Afghanistan e Washington, DC. Gli undici brani in scaletta, però, stanno in piedi con autonomia, in media abbastanza concisi e, uno accanto all’altro, d’integrazione a un unico, coerente discorso. Polly Jean non brucia più di ossessioni individuali, ma si infervora prendendo atto di ciò che osserva attorno a sé e preferendo l’accessibilità della forma-canzone – persino curiosamente briosa se rapportata all’importanza, talvolta alla crudezza dei testi – ai proclami logorroici o altisonanti. Più testa che pancia, dirà qualcuno, ma che testa! Ad ogni modo, la passione – civile, etica, umana – non viene meno ed è incanalata in soluzioni sonore imprevedibili, che si appropriano con immutata personalità di un bagaglio rock, blues e folk (Patti Smith, Neil Young, Captain Beefheart, Tom Waits e Nick Cave benedicono).

È quasi una raccolta di traditional composti ai giorni correnti, che va dalla cadenzata e canticchiabile The Community Of Hope – già bersaglio critico dei politici americani per le sue desolanti descrizioni di quartiere – all’incalzante The Wheel, con tanto di handclapping e sax. Proprio il sax è suonato dalla stessa Harvey in una manciata di episodi, a conferma che recentemente la sua creatività si impenna quando maneggia strumenti per lei nuovi con approccio da autodidatta (era già successo, infatti, con il pianoforte e l’autoharp). Se i nostri Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana figurano tra i credits nei primi quattro pezzi, la primadonna si appoggia poi ai suoi musicisti – capitanati da Flood, John Parish e Mick Harvey – negli onnipresenti cori, a rimarcare retaggi popular: accade in The Ministry Of Defence, aperta da indimenticabili affondi di chitarra elettrica e proseguita con ansimanti divagazioni spoken, così come nell’epico, marziale dark country di Chains Of Keys, nella filastrocca Near The Memorial To Vietnam And Lincoln e nella cacofonica avanguardia jazzy di The Ministry Of Social Affairs. Ma la voce della protagonista, quella voce inimitabile, si ritaglia le sue ribalte assecondando una svolta sancita addirittura nel 2007 dello spettrale, pianistico White Chalk, quando ai registri gravi subentravano cioè gli alti: è il caso dell’emozionante, sacrale River Anacostia, annunciata da percussioni funeree, oppure della partenza di Medicinals, via via più free form, e della conclusiva, soulful Dollar, Dollar, con un retrogusto etnico che rispecchia la fascinazione verso altri territori e rispettive culture/problematiche. L’interesse per la sperimentazione, per gli accostamenti stranianti di Let England Shake è ripreso nella fanciullesca, notevole A Line In The Sand, dalle derive pressoché dub-reggae, e negli incisi filo-trip hop dell’altrimenti classica The Orange Monkey. Quindi, no, Polly Jean non ha sbagliato disco nemmeno stavolta. Se si candidasse alla presidenza, la voteremmo di sicuro. Per adesso, continua a governare sulla musica dei nostri tempi.

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