preocupations
Preoccupations

New Material

Jagjaguwar
8

Nonostante qualche intoppo presentatosi subito sul cammino (il cambio di nome da Viet Cong a Preoccupations, a seguito di proteste da parte della comunità vietnamita presente negli States), quella canadese è una delle poche band sullo scenario rock attuale in grado di forgiare uno stile davvero identificativo e in qualche modo unico. Contestualizzando un attimo il discorso, viene naturale osservare come la scena rock nazionale sia letteralmente esplosa in questo ultimo quinquennio: dai “veterani” Besnard Lakes fino ai freschi Ought e Suuns, tutti portavoce di uno spleen enunciato con modalità e toni differenti. Per i Preoccupations, il tutto si risolve alla voce: tensione. Titoli secchi, con una sola parola a deputare una situazione o meglio ancora uno stato d’animo (solitamente angosciante), e poi quel post-punk sferzante e integralista che trova nella terza prova in studio nuovi abissi nei quali annegare.

New Material è, a braccetto con l’omonimo lavoro precedente, la prova più oscura del quartetto. Del resto, stando alle dichiarazioni del cantante Matt Flegel, l’album è “un’ode alla depressione, all’auto-sabotaggio e al guardare dentro di te con estremo odio”. Il che spiega anche la totale indifferenza del combo riguardo  l’eventualità di smussare gli angoli con compromessi stilistici e melodici, tutte cose di cui in questo “nuovo materiale” non si trova traccia alcuna. Mentre il minutaggio rinuncia in linea di massima a certe maratone del recente passato (accadeva nella monumentale Memory), la materia si fa e si disgrega in continuazione, mantenendo di base quel carattere sfuggente e indistinto che ne è la prerogativa.
Il trittico iniziale è da antologia: troviamo la propulsione motorik di una Espionage che si riverbera attraverso scenari post-industriali ed echi distopici, i lampi che illuminano la corsa a perdifiato e un tantino claustrofobica di Decompose e la new wave più pettinata di Disarray, che non avrebbe fatto brutta figura in qualche vecchio dispaccio firmato New Order e che rappresenta di gran lunga il capitolo più spendibile, a modo suo, di questa opera terza. Le percussioni ossessive, quasi allucinate di Antidote e l’uptempo post-punk di Solace sono le ultime sferzate prima di un epilogo che in Doubt e Compliance va a lambire le sponde di territori atmosferici e dotati di una certa solennità, anche se rimane sempre in sottofondo quell’inquietudine che ci si aspetta prima o poi di vedere deflagrare.

Seppure ancorata alle sonorità che da sempre la caratterizzano, la musica dei canadesi sembra accentuare ulteriormente la sua natura inafferrabile e tuttavia violenta, come d’altronde sa bene chi ha avuto modo di incontrare i canadesi in versione live. Non c’è redenzione, non c’è speranza in fondo a questo tunnel oscuro: c’è però tanta frustrazione da scrollarsi di dosso, se lo si desidera, e i Preoccupations rinnovano l’invito a buttarsi nella mischia senza pensare a nulla, a lasciarsi andare attraverso questo nuovo viaggio al termine della notte.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 764

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