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Queens Of The Stone Age

…Like Clockwork

Matador/Self
8

“Non amo riflettere troppo: preferisco correre”: è quello che ha fatto Josh Homme mettendo assieme le storie e le musiche per …Like Clockwork. Altrove leggete ciò che pensa di un album, il sesto, in cui gli spazi trasognati e quelli più roventi vivono spesso fianco a fianco, nello stesso brano (accade in Kalopsia e nella magnetica e un poco indecifrabile The Vampyre Of Time And Memory) o nell’idea fissa che ha legato le canzoni fra di loro: quella dell’istantanea di una vita in movimento, stretta fra luci abbaglianti (My God Is The Sun, un singolo perentorio) e riflessi minacciosi (Smooth Sailing), slanci sui binari del blues (Keep Your Eyes Peeled) e cavalcate inevitabilmente frenetiche (If I Had A Tail).
Qui si può tentare di delimitare i contorni di un suono in cui il punto di fuga rimane la chitarra, ben appoggiata sui tocchi delle tastiere di Dean Fertita e attraversata da un’inquietudine perennemente sul punto di esplodere. Una progressione fatta di cori e controcori, di un numero consistente di ospiti eccellenti, da Elton John a Trent Reznor fino agli immancabili Lanegan e Grohl, che riescono a immergersi nel flusso musicale senza alterarlo; anzi, lo seguono, con una devozione particolare. Una devozione organica, per un progetto come i Queens Of The Stone Age, alla ricerca continua di complici con cui dividere la propria strada. Nati dalle ceneri del cosiddetto stoner, non hanno mai smesso di puntare sulla commistione: pop, psichedelia, metal, addirittura country-prog. Momenti come quelli trasognati di I Appear Missing o le due facce di I Sat By The Ocean li avvicinano, a volte, ai Motorpsycho di vent’anni fa, mentre altrove gli orizzonti cambiano del tutto, sono infettati dal sole della California, dall’abbacinante richiamo del deserto, da uno struggimento indefinibile, a parole, ma facilissimo da suonare. La teatrale chiusura di …Like Clockwork è un punto floydiano di non ritorno, su cui si arresta la corsa del disco e inizia il galoppo dei concerti dal vivo. Non finisce qui.

Pubblicato sul Mucchio 707, giugno 2013

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