AMERICAN GONG
Domino/Self

Ne hanno fatta tanta di strada insieme Sam Coomes e Janet Weiss. Oltre a essere stati marito e moglie, i due (lui, già con Elliott Smith negli Heatmiser e collaboratore fisso dei Built To Spill; lei, batterista con Sleater-Kinney e Go-Betweens, tra gli altri) sono fin dal 1993 i titolari unici del marchio Quasi. È dunque strano ritrovarli per questo loro settimo album non più come un duo, bensì come un trio. Ad allargarne le fila è infatti arrivata la bassista Joanna Bolme, già al fianco della Weiss nei Jicks di Stephen Malkmus. Una presenza, la sua, che contribuisce a rendere il suono generale più compatto; il che non è un dettaglio da poco se si considera che trattasi di una delle opere più ruvide e sporche – oltre che chitarristiche – della formazione. I primi due brani della scaletta – Repulsion e Little White Horse – sono rock’n’roll urgenti e sferraglianti, tutti sei-corde rugginose e impeto ritmico, e se Everything Nothing At All apre le porte alle melodie e ad atmosfere più quiete (grazie a pianoforte, slide guitar e cori), Bye Bye Blackbird è una lunga cavalcata che si ferma a un passo dal rumore per poi ripartire come se niente fosse. Il resto del programma in qualche modo segue la medesima falsariga: potenza, impeto, e alcuni momenti di pausa. Ecco quindi l’acusticheggiante The Jig Is Up cedere il passo agli scenari desertici di Black Dogs & Bubbles e a una Death Is Not The End che è un crescendo di tasti percossi e canto via via più sguaiato; poi, ancora, una Rockabilly Party tra Built To Spill e Dinosaur Jr., l’aggressiva Nowhat e Laissez les bon temps rouler, ballata pianistica che dietro una forma classica na – sconde un palpabile disagio. E, in chiusura, una breve ghost track composta solo da indefinibili latrati belluini; conclusione appropriata per un lavoro grezzo, scomodo e lontano dai compromessi, vibrante di un’onestà e di una vitalità rare. All’altezza di una produzione priva di cadute di stile.

tratto dl Mucchio n°668

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