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Queens Of The Stone Age

Villains

Matador/Self
6

“Se non fai un ottimo primo album allora dovresti smettere, ma se lo fai e poi non riesci a evolvere allora diventi la parodia di quel sound originale”. Così parlò Josh Homme. Ora, senza tornare a rivangare i suoi trascorsi con i Kyuss che, con buona pace dell’eterno nostalgico John Garcia, appartengono a un’età della pietra quasi letterale, dal primo (e davvero ottimo) album dei Queens Of The Stone Age sono passati più di vent’anni: un lasso di tempo sufficiente per chiedersi che cosa ancora possiamo attenderci da una band che il proprio sound pareva averlo già canonizzato a sufficienza.

Qualcosa di nuovo era accaduto nelle ultime due uscite, con …Like Clockwork del 2013 a smuovere le acque e ad avviare il cantante/chitarrista verso quello che si profilava come un (prevedibile, ma legittimo) avvenire da “David Bowie dello stoner rock” – un’impressione che l’album inciso l’anno scorso insieme a Iggy Pop non faceva che confermare. Dal fortunato tour che ne è seguito, i cinque del Rancho de la Luna quasi scappano per tornare a dare alle stampe un lavoro a proprio nome, come a voler battere il ferro finché è caldo: ne esce questo Villains, che se non riporta l’orologio alla paludatissima fase di cinque anni orsono poco ci manca.

Chiunque abbia suggerito a Homme che il segreto per non ridursi a parodia del sound originale sia infilare una serie di mid-tempo abbastanza veloci da non annoiare dev’essere stato convincente. L’effetto sortito però è quasi opposto. Niente suona più monotono di questa eterna rincorsa al “pezzo killer”, una nuova No One Knows o The Lost Art Of Keeping A Secret che alla fine, comunque, non arriva mai. Quanto al suono, appunto, basta menzionare la presenza di un Mark Ronson in regia, il cui ecumenico palma res va dai Coldplay ai Duran Duran, per capire di che prodotto stiamo parlando. Archiviate senza troppi ripensamenti alla voce “pop rock” buono per svezzare giovani potenziali fan dello stoner sulla cui esistenza, a questo punto, sarebbe pure lecito dubitare.

Pubblicato sul Mucchio 758

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