rabit
Rabit

Les Fleurs Du Mal

Halcyon Veil
7.5

Il produttore di Houston Eric Burton è tra i capofila della nuova elettronica industrial degli ultimi anni. Il suo Communion del 2015, mescolando grime e noise, diventò un punto di riferimento nel circolo di artisti che include molti dei suoi medesimi collaboratori, tra cui Chino Amobi/NON, Elysia Crampton, Arca e Dedekind Cut. Piuttosto bizzarro che Burton abbia relegato la compilation di outtake Excommunicate a 50 copie su CDR e l’album Supreme, dello scorso anno, a sole 100. Viene il sospetto che oltre ad alcuni aspetti del loro sound, dai suoi amati Coil Rabit abbia ereditato il feticcio per rarità ed edizioni limitate.

Les Fleurs Du Mal arriva invece sulla sua etichetta Halcyon Veil e, suggerisce la cartella stampa, si tratta del suo disco più compiuto, una “dichiarazione d’intenti” che Rabit paragona a Demon City di Elysia Crampton e a PARADISO di Chino Amobi, due album a cui lui stesso ha collaborato. Ci sono forti somiglianze nell’apparato teorico, nei numerosi collegamenti intertestuali e nel generale senso di malaise filtrato dall’estetica rumorosa e combattiva delle loro composizioni. Ciò in cui si distacca maggiormente, tuttavia, è il suo lasciare per strada la connessione con la club music. Laddove Communion rivelava un debito con il grime che rendeva brani come Pandemic degli iconici, inusitati banger, i Fleurs Du Mal di Rabit puntano alla contemplazione e al metafisico, suggerendo ritmi e melodie solo per pochi attimi, o inabissando i momenti più immediati e “corporei” delle nuove tracce in una coltre di rumore o in fitte orchestrazioni cinematiche. Una scarica di beat o l’inizio di una flebile melodia alla chitarra, per esempio, compaiono e scompaiono prima di aver caratterizzato il mood di un brano (Roach, Prayer). Assimilare questi pezzi, pertanto, non è impresa facile. Fanno eccezione le malinconiche cascate synthetiche di Bleached World, gli irregolari rintocchi al violoncello di Possession e gli scampanellii in slow motion di The Whole Bag. La giovane musicista canadese Cecilia contribuisce in qualità di produttrice (assieme all’ex Coil Drew McDowall) e sussurrando i poemi di Baudelaire Le Possedé ed Élévation in apertura e chiusura di scaletta, creando un’atmosfera oppressiva molto vicina al suo EP di quest’anno, Charity Whore.

Con questi brani Rabit prosegue il percorso di rivisitazione dei Fleurs Du Mal nell’ambito dell’elettronica sperimentale, un filone avviato dai Flowers Of Evil del 1969 della pioniera Ruth White (di cui Elysia Crampton è grande fan, e sospetto lo stesso Rabit sia a conoscenza), passando per la prima Diamanda Galás (i graffi e le urla soffocate nel pezzo Rosy Cross qui la ricordano). Sono molte le voci, i vagiti, le urla o i mugugni ad attraversare i field recordings di questo disco, eppure Burton concepisce un ascolto alquanto statico, fatto di puntini di sospensione e fittissime texture, un’inquietante e affascinante caccia al dettaglio a metà strada tra la ripetitività dell’industrial e l’astrazione dell’ambient.

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 760

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