Other People’s Lives
V2/Edel

Anni fa il vostro affezionato cronista fu messo in allerta da un suo amico discografico: stava per uscire il primo vero disco solista di Ray Davies e forse sarebbe stato possibile intervistarlo. Il primo, sembrava impossibile per chi aveva firmato alcune delle canzoni migliori del pop inglese di ogni secolo: eppure le uniche sortite semisolitarie di Davies, fuori dai Kinks, riguardavano la colonna sonora del suo film “Return To Waterloo”, una serie di concerti acustici e il progetto “Storyteller”, oltre a “X-Ray” con svariati addentellati librari. Tutto naufragò in fretta: instabilità dell’artista, indecisioni della casa discografica, litigi con il fratellino Dave che minivano la (scarsa) serenità del personaggio, poca qualità – addirittura venne detto – delle canzoni. La crisi piena, probabilmente, di un songwriter sensibile e sottile, molto più sottile dell’immagine da avventurieri del gruppo in cui ha sempre operato, attento alle sfumature delle situazioni che descrive e di cui canta, british fino al midollo e nello stesso tempo distaccato dal luogo comune come pochi altri. Un carattere difficile da gestire e una serie di disavventure personali, nell’ultimo periodo, lo hanno tenuto abbastanza ai margini della scena musicale, fatte salve onorificenze e tributi.
Il tempo è andato oltre e oggi arriva veramente un disco solista per Ray: “Other’s People Lives” è esattamente quello che si sperava di ascoltare: una finestra aperta sulla quotidianità, spalancata con uno stile estremamente personale, beffardo, ironico e culturalmente tutt’altro che di passaggio, a cui i Kinks e lui ci hanno abituato. Il timore, nell’avvicinare le canzoni, era quello di trovare una specie di calco della ritrattistica del passato, portata avanti in maniera sbiadita, come qualche volta è capitato alla discografia minore della band inglese: invece i pezzi sono tasselli di un mosaico in cui l’osservazione delle vite degli altri viene condotta con maestria e senza grandi speranze, fino all’estremo, quasi. Sono esistenze sul ciglio di un burrone, minate da disagi mentali o da infedeltà senza motivi (“Next Doors Neighborhood”), complicate dalle decisioni altrui o da loro stesse, giudicate, tante volte, con un misto di adesione e di distanza.
È una specie di abbecedario della scrittura di Davies: a metà strada fra sorriso e pianto, capace di descrivere le contraddizioni di oggi – ben diverse dall’incanto di “Waterloo Sunset”, ma pure dal circo umano di “Something Else” – con un taglio personale, asciutto e privo di sconti. I momenti migliori sono quelli in cui la leggerezza e la poesia convivono, con un senso dolceamaro impagabile: canzoni come “All She Wrote” (già un classico, a parere del sottoscritto, con la voce tipicamente indolente del Nostro e un racconto pieno di struggimento e ironia) o “Creatures Of Little Faith” affrontano la dissoluzione delle cose umane con un taglio talmente poetico e nello stesso tempo distaccato che non si trova, anche oggi, da nessuna altra parte. Poche allusioni autobiografiche – in buona parte raccolte in “After The Fall” – e quasi tutte venate di pessimismo, mentre la musica rimane briosa: melodie rafforzate da un intrico di chitarra-basso-batteria, come il miglior pop sa fare, che, nuovamente, trovano in “All She Wrote” e “The Tourist” il punto più alto di tutto il dischetto. Merito di strumentisti affiatati e metronomici (Mark Johns alla chitarra, Dick Nolan al basso e Toby Baron alla batteria) e di un clima felicemente energico, che fa da giusto contrappeso a versi in cui tante volte ha il sopravvento il disagio: un disagio che Ray si è portato dietro tutta la vita e che è riuscito a sublimare proprio in virtù del suo spirito d’osservazione. Le vicende altrui di questo nuovo millennio, se vogliamo, sono ancora più plumbee di quelle del secolo chiuso da poco: chi le ha immortalate prende atto, in “Other People’s Lives”, della confusione disperata che oggi allontana ogni voglia di satira sociale, che poteva essere accennata qualche decennio fa. Si vive senza ridere, e le note di queste canzoni sono, ancora una volta, un segno dei tempi che non svicola dalla sua missione: raccontare storie con uno stile inimitabile, qualche chiaroscuro e una brillantezza opacizzata, qua e là, dal famigerato scorrere delle lancette dell’orologio.

Recensione tratta dal Mucchio n.619 (febbraio 2006)

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