STANDING AT THE SKY’S EDGE
Parlophone/Emi

La formula che ha portato al successo Richard Hawley è abbastanza cristallizzata: un pop orchestrale fatto di “torch songs” languide e senza tempo. Paradossale per un artista come lui, dalla personalità quantomai sfaccettata, a suo agio tanto come dj (memorabili i suoi set tutti garage e acid rock) quanto nei panni di ricercato sessionman e di collaboratore di “figuri” quali Jarvis Cocker, Elbow e Arctic Monkeys, senza dimenticare il suo passato nei britpoppers Longpigs. Ecco allora che, invece di sedersi sui meritati allori, l’oggi quarantacinquenne inglese si diverte a sparigliare le carte in tavola, realizzando con “Standing At The Sky’s Edge” un album più fisico, viscerale quasi, ma certo non meno fascinoso di quelli che l’hanno preceduto. Ma, soprattutto, un lavoro vario, capace di passare dalla psichedelia brit-cosmico-bollywoodiana di “She Brings The Sun” a una “Leave Your Body Behind You” che farebbe un figurone interpretata da Mark Lanegan, dalla ruvida “Down In The Woods” alla morbida raffinatezza della notturna “Seek It”, dall’eterea e vagamente sinistra “The Wood Colliers Grave” all’esplosione che apre in due la conclusiva “Because”. Senza rinnegare quanto fatto fino a ora, ma allargandone drasticamente gli orizzonti, magari sporcandosi un po’ le mani… ché un po’ di fango non può che giovare, umanizzandolo, a un talento tanto puro.

Tratto dal Mucchio n°694

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