Olè! Tarantula

Yep Roc/Ird

Fa uno strano effetto ascoltare a pochi mesi dalla morte di Syd Barrett un nuovo disco di Robyn Hitchcock. Ora che il “diamante pazzo” ha smesso di brillare, infatti, gran parte del suo ingombrante lascito passa idealmente a quello che è da sempre considerato il suo più degno erede. Una considerazione inevitabile, purché lasci il tempo che trova. E non solo alla luce del fatto che “Olé! Tarantula” è stato composto e registrato prima della dipartita dell’ex Pink Floyd, ma soprattutto perché ascoltarlo in un’ottica esclusivamente nostalgica (o, peggio ancora, comparativa) sarebbe fargli un torto imperdonabile. Si tratta infatti di un lavoro solido, smagliante, che sprizza vitalità da tutti i pori anche quando le luci si affievoliscono e ritmi ed elettricità calano. In sintesi: l’album più rock che il Nostro abbia realizzato da parecchi anni a questa parte. Ne condivide con lui la paternità una band composta – sono parole sue – da “tre quarti dei Minus 5 e metà dei R.E.M.” (o per lo meno della loro versione live): Bill Rieflin alla batteria, Scott McCaughey al basso e, soprattutto, l’inconfondibile chitarra di Peter Buck, a rinverdire i fasti di un sodalizio che aveva già dato frutti pregiati tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90. A completare la lista degli invitati, i vecchi compagni di viaggio Kimberly Rew e Morris Windsor, Chris Ballew (The Presidents Of The United States), Andy Partridge degli XTC (co-autore di ’Cause It’s Love) e l’ospite d’onore Ian McLagan (Small Faces), le cui tastiere si possono sentire nella toccante “N.Y. Doll” dedicata ad Arthur Kane. Un cast di tutto rispetto per una raccolta di canzoni croccanti, ricche di spunti melodici, chitarre squillanti e armonizzazioni vocali, con testi al solito felicemente surreali che parlano di insetti (da sempre una vera e propria fissazione), astronavi e musei del sesso. Insomma, tutto quanto è lecito aspettarsi da – e chiedere a – un disco del Robyn Hitchcock elettrico: deliziose caramelle psichedeliche che, dopo tanti anni, non hanno ancora smesso di piacerci.

Recensione tratta dal Mucchio 629

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