La scorsa estate ho trascorso qualche giorno a Parigi in compagnia di un’amica, abbiamo visitato il Centro Georges Pompidou e, nel negozio del museo, ho comprato un volume illustrato che, sulla falsariga della celebre collana di libri per l’infanzia Where’s Wally?, nasconde la figura di Andy Wharol in alcuni scenari, ovviamente collegati alla storia dell’arte: in uno di questi Andy si mimetizza tra il pubblico di una serata allo Studio 54, in un altro invece lo possiamo scovare al Washington Square Park dove un giovane Basquiat cerca di vendere delle t-shirt; in ambedue le location, oltre al padre della Pop Art (e all’artista newyorchese nel secondo caso), è rappresentata tutta una serie di personaggi, o per meglio dire di personalità che nel corso del tempo ne hanno segnato profondamente l’immaginario. Nello Studio 54 ci sono dunque Michael Jackson, Grace Jones, finanche Woody Allen, mentre nel noto parco della Grande Mela possiamo trovare Beastie Boys e Sugarhill Gang, ma pure i Sonic Youth.
Ciò che tali pagine, appena descritte, trasmettono al fruitore è un’idea di grande fertilità, di momenti ricchi di input, travolgenti: le stesse sensazioni che arrivano dal nuovo disco di Romare (pseudonimo ispirato allo scrittore e artista americano Romare Bearden). Trattasi di una vera e propria festa.

Archie Fairhurst – questo, il nome all’anagrafe del musicista londinese – dà seguito all’esordio sulla lunga distanza dello scorso anno: Projections era una personalissima odissea nel groove, un bignami di storia della black music attraverso omaggi, citazioni e soprattutto campionamenti. Love Songs: Part Two esce ancora una volta per la benemerita Ninja Tune, ma riprende il titolo di uno dei primi ep del Nostro pubblicato da Black Acre (autentica scuderia di talenti internazionali, compresi gli italiani Clap! Clap! e DJ Khalab): abbiamo quindi tra le mani quello che potremmo definire un concept, completamente imperniato intorno all’amore. Questo inedito influsso tematico si sposa a meraviglia con la tavolozza sonora scelta per l’occasione: un morbidissimo battito house soulful accompagnato da melodie appiccicose e sognanti, con una patina lo-fi dannatamente fascinosa e break vocali impossibili da dimenticare.

È un album che va in crescendo, Love Songs: Part Two: si parte con un mood soffuso e spesso lisergico, mentre con il passare dei brani le cadenze si fanno più sostenute, più ballabili appunto. Se l’opening track Who To Love? è tutta controtempi e sussurri, Je T’Aime sfodera subito un beat appuntito e incalzante, prima di lasciare spazio alla psichedelia ottundente e al ritmo circolare di Honey. Con la splendida L.U.V. entriamo quindi in un dancefloor incredibilmente sofisticato, arredato da divanetti optical e luci bassissime, per chiudere infine il viaggio tra elettronica e memoria sulle note di una My Last Affair che è puro struggimento sintetico.

Nei quasi sessanta minuti complessivi ci imbattiamo così, come accaduto anche nel precedente capitolo di studio, in una sintesi quanto più possibile vicina alla perfezione tra dance music e attitudine filologica. Romare si conferma un producer pressoché inimitabile, capace di unire una vasta conoscenza della materia con una visione chiara, una sensibilità più unica che rara e un’importante perizia tecnica (per quanto riguarda tanto le macchine quanto gli strumenti concreti, entrambi utilizzati senza distinzione alcuna, in un coeso, armonioso magma sonoro), ma non solo, perché proprio l’aspetto più intellettuale, quello cioè rivolto alle fonti, dona all’opera un’ulteriore chiave di lettura, in un raffinato gioco di rimandi che emergono al passare degli ascolti. Con una carriera avviata da pochi anni (ma ben testimoniata in parallelo da vari singoli ed ep) e la possibilità di migliorarsi ulteriormente, Fairhurst può già vantare un indiscutibile capolavoro: Love Songs: Part Two è infatti una seconda prova degna di spiccare, di brillare persino in un catalogo prestigioso come quello di Ninja Tune.

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