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Ryley Walker

Deafman Glance

Dead Oceans
8

Confesso di non riuscire a definire con precisione la musica di Ryley Walker. Lo trovo, l’americano, sprecato per tempi tanto frenetici, apatici e crudeli come quelli in cui viviamo: il physique du role e le immense capacità compositive lo avrebbero reso immortale se, ad esempio, fosse nato nell’Ottocento, ovvero in una qualsiasi altra epoca sensibile quanto basta per dare il giusto riconoscimento al termine “talento”.
Su Deafman Glance, seguito di Golden Sings That Have Been Sung del 2016 che già carnascialesco non era, si respira la desolazione con la quale Will Oldham – nella miriade di sigle che, da Palace a Bonnie Prince Billy, l’hanno accompagnato in un abbondante quarto di secolo – ci ha prosciugato l’anima: partiture scarne, incentrate sulla chitarra (più di frequente acustica) che appoggiano su ritmi tenui, soffusi, malinconici, in alcuni passaggi impreziositi dal suono ovattato delle percussioni, in altri (In Castle Dome) dall’andatura narcolettica.

Walker, tuttavia, possiede una conoscenza del pentagramma tanto estesa da consentirgli di alzare i ritmi, e di farlo con la più assoluta naturalezza: Can’t Ask Why, allora, corre veloce, frenetica, mentre Telluride Speed è bucolica quanto basta per dare l’impressione di trovarsi fuori posto; ma si tratta di un attimo, che lo sviluppo delle strutture ritmiche regala, al solito, sorprese e giochi elettronici. E lungo i solchi di Deafman Glance, con una certa enfasi, torna alla mente altresì una delle pietre miliari del rock alternativo dei Novanta: quel The Blue Moods Of Spain con cui Josh Haden disvelò al mondo intero un estro di una tale luminosità da non consentire repliche. Ed ecco, poi, l’ennesima epifania: lo spirito di John Fahey che si materializza su Rocks Rainbow, perché è nei frammenti che si scrive la storia. Ma se pensate che le sorprese si siano esaurite con l’omaggio al più seminale chitarrista (quanto meno) del secolo scorso, sappiate che la geometria di Spoil With The Rest rimanda con decisione al post-rock, ai Tortoise di Millions Now Living Will Never Die, in particolare: quasi che tutto ciò che accade dalle parti dell’Illinois prima o poi sia destinato a ricongiungersi, qui è presente il supporto vocale di Walker, certo, ma è come se esso si perdesse tra sinuose alternanze di suoni in movimento – gli stessi, briosi ora, introspettivi l’attimo successivo, percepiti nel momento centrale di Opposite Middle o di 22 Days, per il resto composizioni che cambiano anima cento volte in appena 6 minuti e testimonianza concretissima di come un artista alternativo riesca a trasformarsi nel miglior crooner in circolazione. Che rende semplici armonie complesse e che, soprattutto nei dettagli che emergono all’ennesimo ascolto consecutivo, dà conto che come lui ce ne sono davvero pochi sulla piazza. Fate girare la voce e iscrivetevi tra i seguaci del suo culto: il miglior folksinger del nuovo millennio è tornato in città.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio 766

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