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Labrador/Goodfellas

Ancor più che le mezzetinte, con i Sambassadeur la questione riguarda soprattutto le mezze stagioni, con buona pace di chi sostiene che non esistano più. Il loro debutto omonimo, infatti, era in tutto e per tutto autunnale: nelle sonorità – Velvet Underground, shoegazing, new-wave e chanson francese riletti in chiave indie-pop – così come nella copertina, raffigurante il disegno di una foglia secca. Eppure quell’album non era uscito in autunno, bensì (almeno in patria) in primavera. Di contro, pur vedendo la luce in novembre, la nuova fatica del quartetto svedese è un’opera assai più primaverile. Lo si percepisce fin l’iniziale “The Park”: ritmata, sostenuta da un vivace intrecciarsi di chitarre acustiche ed archi, ariosa nella melodia anche se non esattamente gioiosa nel testo. E ancora di più fa la successiva “Subtle Changes”, con un’orchestrazione quasi disco ad accentuarne l’andatura spedita e un assolo di sassofono splendidamente fuori posto. Un uno-due che mette in chiaro un paio di cose, e cioè la rinuncia alle distorsioni e una predisposizione per atmosfere nettamente più calde, pur non voltando del tutto le spalle a una malinconia che ora semplicemente si esprime in maniera diversa e solo a tratti emerge pienamente (“Someday We’re Through”, in cui il microfono passa da Anna Persson a Daniel Permbo, una title track dal retrogusto gainsbourghiano e la cover di “Fallin’ In Love” di Dennis Wilson). Se dunque fino a ieri – anzi l’altroieri, ché già l’ep “Coastal Affairs” (2006) anticipava questo cambio di direzione – i paesaggi descritti dai Sambassadeur erano ammantati da una palpabile e seducente nebbiolina, ora questa sembra essere stata allontanata da un caldo venticello estivo; quello che attraversa “That Town” e “Something To Keep”, si trasforma in afa in “Final Say” (piacevolissima, ma con un groove rétro-sintetico che nel contesto dell’album stride un poco) per poi mutarsi in tiepida brezza serale nella strumentale “Calvi”, che chiude su una nota di sereno intimismo un disco piccolo ma prezioso.

(Recensione tratta dal Mucchio n.641 – dicembre 2007)

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